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È online il nuovo sito della Diocesi di Cefalù a cura dell’ Ufficio di Comunicazioni Sociali. In attesa del nuovo dominio il sito è consultabile al seguente indirizzo: http://www.diocesidicefalu8.flazio.com/

La fabbrica,i mosaici, il chiostro

La Fabbrica

La Cattedrale di Cefalù, edificata per volere di Ruggero II, rappresenta una delle più eccelse testimonianze architettoniche romaniche europee.

Vuole la leggenda che Ruggero II, imbattutosi in una tempesta mentre si trovava in mare, fece il voto di erigere una chiesa nel luogo in cui egli sarebbe sbarcato sano e salvo. Approdato a Cefalù, fece erigere qui il proprio tempio dedicandolo al SS. Salvatore.

I lavori per la costruzione del Duomo di Cefalù ebbero inizio nel 1131, contemporaneamente all’istituzione della Diocesi, e fin dalla sua fondazione la cura spirituale della fabbrica venne affidata ad un Capitolo di monaci agostiniani francesi fatti provenire da Bagnara, in Calabria. Esso nacque collegato ad un convento, di cui rimane parte del bellissimo chiostro.

Le vicende costruttive della Cattedrale di Cefalù sono molto complesse, in quanto il progetto originario prevedeva la costruzione di un edificio talmente imponente da non venire mai completato secondo il progetto originario, e per questo presenta sia all’interno che all’esterno diverse anomalie e discontinuità.

L’edificio nacque nell’ambito dell’architettura romanica nordeuropea, importata in Sicilia probabilmente dai monaci agostiniani, ma fu terminata secondo le istanze dell’architettura islamica e condizionata dalle esigenze liturgiche bizantine.

Presenta una pianta basilicale a tre navate, triabsidata e con transetto sporgente, nei cui bracci laterali nel 1145 Ruggero II fece collocare due sarcofagi di porfido per conservare le proprie spoglie, destinando così la Cattedrale di Cefalù a mausoleo personale. L’interno, altissimo e imponente, presenta le navate suddivise da una coppia di sette arcate a sesto acuto talmente ampie e slanciate da creare la sensazione di una fusione dello spazio interno, e anche la zona presbiteriale, molto profonda, si manifesta in un’altezza vertiginosa, dai caratteri pre-gotici. Le arcate delle navate sono sorrette da sedici massicce colonne di granito e marmo cipollino con basi e capitelli quasi tutti antichi reimpiegati.

La navata centrale è coperta da un soffitto ligneo dipinto con pitture islamiche di soggetto profano, databili ad età ruggeriana, eda altre di gusto gotico fatte realizzare da Enrico Ventimiglia nel 1243.

All’esterno l’edificio presenta un aspetto severo e compatto, con una facciata chiusa tra due torri angolari a base quadrata, munite di feritoie e scandite da tre ordini di aperture, tra le quali è inserito un ampio portico a tre fornici sostenuti da massicce colonne di granito, realizzato alla fine del ‘400 dal magister lombardo Ambrogio da Como. La facciata è vivacizzata da un doppio ordine di arcate con una elegante decorazione “a bastoni spezzati” di ascendenza nordeuropea, e risaltata da un monumentale portale in pietra, la Porta Regum, marcato da cinque ghiere scolpite con motivi decorativi di ascendenza classica e islamica. Un’ampia scalinata con un vasto sagrato, considerevolmente elevato rispetto alla piazza, precedono in facciata la struttura.

Alla morte di Ruggero, nel 1154, soltanto la zona presbiteriale dell’edificio era stata completata del tutto secondo il progetto originario, e nei successivi anni di regno di Guglielmo I, si rinunciò definitivamente al grandioso progetto originario, e si provvide a dare un completamento all’edificio, che vide una definitiva ultimazione soltanto in età post-federiciana.

La Cattedrale venne consacrata nel 1267 dal cardinale Rodolfo vescovo di Albano, nello stesso anno in cui veniva consacrato il Duomo di Monreale.

Dalla seconda metà del Cinquecento e fino a tutto il secolo XIX,la Cattedraledi Cefalù fu oggetto di diversi interventi e rifacimenti interni che ne hanno pesantemente trasformato l’originaria fabbrica normanna, tra i quali si ricordano soprattutto i lavori eseguiti dal vescovo Francesco Gonzaga tra il 1588 e il 1593, e quelli fatti eseguire dal vescovo Marco Antonio Gussio tra il 1644 e il 1650, il quale tra il 1647 e il 1650 fece ricoprire le pareti del Presbiterio con un vistoso apparato decorativo in stucco.

 Sia al suo interno che all’esterno la Cattedrale di Cefalù presenta un importante repertorio di scultura monumentale romanica, frutto di due diverse maestranze scultoree, ed altre testimonianze artistiche di età normanna, come il grande fonte battesimale, splendido esempio di scultura romanica ricavata da un blocco monolitico di pietra lumachella scavato e decorato con quatto leoncini, i resti dell’originario ambone del XII secolo e infine due lastre di marmo intarsiate e decorate con motivi cuoriformi e due croci entro tondi poste nella zona del Santuario.

Diverse altre pregevoli opere d’arte impreziosiscono l’interno dell’edifico, come la quattrocentesca croce lignea di Guglielmo da Pesaro, sospesa a mezz’aria sotto la prima campata del Bema e datata al 1468 circa, dipinta nel recto e nel verso con la doppia immagine di Cristo crocifisso e di Cristo risorto. Anteposto ad essa si trova lo splendido altare in bronzo e lamina d’oro zecchino realizzato dallo scultore lombardo Virginio Ciminaghi nel 1992, con raffigurati l’Agnello dell’Apocalisse di Giovanni affiancato dai ventiquattro vegliardi e dai quattro viventi.

Nell’abside sinistra (protesis) si trova la cappella del Santissimo Sacramento, che conserva un maestoso altare d’argento settecentesco (1767), magistralmente realizzato da argentieri palermitani.

L’interno, infine, è illuminato da 42 monumentali vetrate dipinte rappresentanti i temi dell’Esamerone, dell’Evangeliario e dell’Apocalisse di Giovanni, realizzate dall’artista palermitano Michele Canzoneri tra il 1985 e il 2001.

 

I mosaici

 Al suo interno,la Cattedraledi Cefalù conserva uno splendido ciclo musivo che interessa l’abside, le pareti del presbiterio e le vele della crociera. Suddiviso in tre nuclei cronologicamente differenti, ricopre una superficie di circa 650 metri quadrati.

I mosaici dell’abside, eseguiti per espressa volontà di Ruggero II, sono databili al 1148, come fa fede un’iscrizione posta nella parte bassa dell’emiciclo, e furono iniziati probabilmente intorno al 1145, in relazione alla decisione di Ruggero II di destinarela Cattedraledi Cefalù a proprio mausoleo.

 

Nel catino absidale domina la solenne e monumentale immagine di Cristo Pantocratore, raffigurata a mezzo busto nell’atto di benedire, mentre con la mano sinistra tiene aperto il Vangelo sul versetto 8,12 di Giovanni: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita», nella duplice iscrizione greca e latina.

Sotto di esso si trova la Vergineorante fiancheggiata dai quattro Arcangeli Raffaele, Michele, Gabriele e Uriele. Nella zona sottostante, ai lati della finestra centrale, sono i santi Pietro e

Paolo accompagnati dagli Ev angelisti Marco, Matteo, Giovanni e Luca e nella quarta fascia si trovano gli Apostoli Filippo, Giacomo, Andrea, Simone, Bartolomeo e Tommaso, accompagnati dal proprio titulus in greco e in latino. Le quattro fasce sono delimitate orizzontalmente e verticalmente da cornici con motivi geometrici e vegetali stilizzati, e sono solennemente corredate da due iscrizioni

La prima (factus homo factor hominis factique redemptor – iudico corporeus corpora corda deus) corre sull’arco che delimita il catino absidale, mentre la seconda, campita d’argento, chiude in basso la decorazione dell’emiciclo absidale (Rogerius Rex egregius plenis (sic) pietatis / hoc statuit templum motus zelo deitatis / hoc opibus ditat variis varioque decore / ornat magnificat in salvatoris honore / ergo structori tanto salvator adesto / ut sibi submissos conservet corde modesto: anno ab incarnatione dni millesimo centesimo XLVIII / indctione XI anno V regni ejius XVIII / hoc opus musei factum est).

Agli stessi anni dei mosaici absidali gli studiosi datano i mosaici delle vele della crociera, dove sono rappresentati cherubini, serafini e angeli di Dio. I mosaici dell’abside e della crociera sono gli unici di questo complesso ad aver mantenuto pressoché inalterate le loro caratteristiche originarie, e rappresentano i mosaici meglio conservati della Sicilia normanna.

Nelle parti alte delle pareti del bema, disposti su quattro registri alla stessa altezza della partitura delle figure absidali, sono rappresentati invece Profeti, padri della Chiesa, Santi diaconi e Santi guerrieri.

Sulla parete sinistra, nella fascia superiore si trova la figura a mezzo busto di Mechisedec racchiusa entro un tondo e fiancheggiata dalle figure intere di Osea e Mosè; nella fascia sottostante sono raffigurati Gioele, Amos ed Abdia, cui seguono i Santi diaconi Pietro, Vincenzo, Lorenzo e Stefano e nella fascia inferiore infine i Santi Gregorio, Agostino, Silvestro e Dionigi.

Sulla parete destra, nella fascia superiore si trova la figura a mezzo busto di Abramo, anch’essa racchiusa entro un tondo e fiancheggiata dalle figure intere di  David e Salomone; nella fascia sottostante sono raffigurati Giona, Michea e Nahum, cui seguono i Santi guerrieri Teodoro, Giorgio, Demetrio e Nestore e nella fascia inferiore infine le figure dei Santi Nicola, Basilio, Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazanzieno.

I mosaici delle pareti del bema, datati ad età successiva rispetto i mosaici dell’abside e della crociera, (1148 -1166), furono pesantemente restaurati per oltre un decennio a partire dal 1857 dal palermitano Rosario Riolo, mosaicista attivo anche nella Cappella Palatina, che rifece del tutto diverse figure ed alcuni brani, lasciando un’iscrizione a memoria del suo intervento.

Le figure, solenni e su fondo oro, sono disposte come in una processione liturgica secondo un principio rigidamente gerarchico. Domina l’intero complesso la solenne e ieratica immagine di Cristo Pantocratore, angeli ed arcangeli riempiono la volta ed il registro più alto mentre i Profeti, che annunziarono l’avvento del Cristo, sono collocati nei registri più alti della decorazione delle pareti del bema, allo stesso livello della Madonna e degli arcangeli.

L’intero corpus di mosaici è stato restaurato nel 2001.

 

Il chiostro

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Il chiostro annesso al fianco settentrionale della Cattedrale rappresenta una delle più eccelse testimonianze artistico-scultoree di età normanna. 

Presenta una pianta rettangolare e si trova ad una quota più bassa di circa 3,40 m. rispetto al piano di calpestio interno del Duomo.   

La sua costruzione avvenne nel trentennio a cavallo tra Ruggero II e Guglielmo I (1131-1166), e dell’originaria struttura conserva soltanto le corsie Sud ed Ovest, in quanto quella Est venne  distrutta da un incendio nel 1809, e quella Nord venne empiamente smantellata nel 1952.

Le corsie sono caratterizzate da sobrie ed eleganti arcate a sesto acuto poggianti su colonnine e capitelli binati istoriati, e all’angolo di nord-ovest presentava in origine una fontana oggi non più esistente. Il ricco apparato scultoreo dei capitelli, sublime esempio di scultura romanica attribuita a maestranze pugliesi, presenta raffigurazioni antropomorfe dai contenuti storico-biblici e rappresentazioni animali e vegetali direttamente desunte dagli erbari e dai bestiari medievali.

Le rappresentazioni dei capitelli, strettamente connesse alle quattro porzioni in cui era in origine suddiviso il chiostro, contengono un raffinato programma teologico che va dalla creazione dell’uomo fino alla salvezza finale.

Restaurato nel 2003 dalla Provincia regionale di Palermo, è oggi fruibile ai visitatori.

(Testo e immagini di Marco Failla – Storico dell’arte, Università della Tuscia.)

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Ingresso Vesc Giuseppe

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Indicazioni pastorali 2017-18

In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



In evidenza da Mensili






I giovani sono un pezzo di chiesa che manca

Era l'8 dicembre 1965, giorno di chiusura del concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri conciliari all'umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo ventidue anni e vivevo quei giorni con speranza ed entusiasmo per il futuro della Chiesa. Quel messaggio pieno di fiducia metteva in risalto come la giovinezza abbia «la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». Non solo erano riconosciute la forza e la bellezza dei giovani, ma la stessa Chiesa assumeva un nuovo atteggiamento nel suo stare nella storia e tra gli uomini e le donne del nostro tempo.
Quel messaggio ha conosciuto ricezione? Credo sia necessario distinguere due tempi successivi di ricezione e due categorie di destinatari. A cominciare da coloro che erano giovani nella stagione del Concilio. Mi pare che gran parte dei cattolici di quella generazione abbiano effettivamente recepito il mandato affidato loro dai padri conciliari e si siano sentiti investiti di una responsabilità. E abbiano anche colto le proprie potenzialità di giovani per mutare rotta, operare un "aggiornamento" e una conversione. E riformare la propria struttura di discepoli del Signore.
Ma poi c'è la ricezione del messaggio conciliare nello scorrere degli anni e nel mutare delle stagioni. E lì noi giovani di allora, forse, portiamo la responsabilità principale sulla qualità e l'efficacia della trasmissione di quel messaggio di speranza. Dobbiamo ammettere che, a oltre cinquant'anni di distanza, la vita della Chiesa registra un certo fallimento al riguardo. Nei decenni passati c'è stata un'attenzione alla cosiddetta "pastorale giovanile" mai così accentuata nella storia. Purtroppo, questa fatica non è stata sufficiente, anche perché si è continuato a pensare a un rapporto esteriore tra la Chiesa da un lato e i giovani dall'altro. Non basta ascoltare i giovani e definirli il "futuro della Chiesa" o le "sentinelle dell'avvenire". Occorre considerarli e sentirli non come una categoria teologica o come un'entità esterna, bensì come una componente della Chiesa di oggi, attori e protagonisti già ora. Occorre pensarli nel "noi" della Chiesa. E stare anche attenti quando, nel linguaggio comune, si usano locuzioni come "la Chiesa e i giovani", "la Chiesa parla ai giovani". Semmai, «i giovani sono un pezzo di Chiesa che manca», come dice don Armando Matteo.
Il documento preparatorio al Sinodo su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale chiama i giovani a «essere protagonisti» e «capaci di creare nuove opportunità», indicando così a tutta la Chiesa vie di evangelizzazione e stili di vita nuovi. Solo un ascolto reciproco, un confronto, un dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio possono innescare un processo di "inclusività" delle nuove generazioni nella Chiesa. Questa la sfida del prossimo Sinodo, non a caso preparato, per volontà di Francesco, da incontri di giovani messi in condizione di prendere la parola e di sentirsi partecipi di quella "conversione" che il Papa chiede a tutta la Chiesa. Questo ascoltarli oggi, nel loro presente, è la condizione indispensabile per passare da una pastorale "per i giovani" a una pastorale "con i giovani".
Come ama ripetere Francesco, si tratta di «iniziare dei processi», non di fare conquiste, né di «far ritornare» i giovani alla Chiesa. O di misurare la riuscita sul numero delle risposte ottenute. È tramontato il tempo di chiamare a raduno i giovani e aspettare che siano loro a venire: occorre uscire, andare dove loro sono, dove abitano, combattendo ogni tentazione di avvicinamento unilaterale e massificato. I giovani hanno sete di incontri personali, di dialoghi faccia a faccia, soprattutto in un contesto sociale dominato dal virtuale. Essi domandano di essere "riconosciuti", ciascuno nella propria individualità, ciascuno lungo il proprio cammino di ricerca di senso e di pienezza di vita. L'incontro personale è oggi decisivo per l'avventura dei giovani, i quali sentono lontani genitori, insegnanti, educatori.
Tutti constatiamo una difficoltà nell'incontro umano con l'altro, ma i giovani ne sentono urgentemente il bisogno, anche per non essere tentati dalla fuga da sé stessi. Il "complesso di Telemaco", individuato da Massimo Recalcati come chiave di interpretazione della condizione giovanile, dovrebbe essere un monito sulla necessità di accompagnare i giovani non in modo paternalistico ma camminando con loro, con la sapienza della vita già vissuta, senza imporre, ma semplicemente proponendo, grazie al discernimento che nasce dall'ascolto nei loro confronti. Ecco perché in questa forma di pastorale, oltre alla cultura dell'incontro deve emergere anche quella della gratuità. Ricordando che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (EG 14), occorre vivere ogni atteggiamento di evangelizzazione sotto il segno della gratuità, senza l'ansia di risultati misurabili in termini di aumento del numero dei giovani coinvolti, delle vocazioni suscitate o dei servizi assunti.
L'incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza dell'evangelizzatore. Non dunque l'incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, che sia portatrice di senso e promessa di vita piena. La gratuità è uno dei valori più sentiti e vissuti dai giovani: se questa non appare, i giovani diffidano. Incontro, gratuità, camminare insieme restano urgenze assolute in un nuovo paradigma di evangelizzazione nella società odierna. Ma cosa cercano i giovani? Pur in una situazione di incertezza, a livello economico, sociale, culturale familiare, i giovani cercano una vita sensata, che io amo definire una vita buona, bella e beata. Questa ricerca, sovente confusa, a volte appare paralizzata da paure e inibizioni, ma è presente nel loro cuore. È vero che la maggior parte dei giovani non vive il bisogno di Dio, ma nel loro perseguire una vita sensata, un'esistenza degna e compiuta, sono insite molte possibilità di scoprire come la fede cristiana, la persona di Gesù e il suo Vangelo siano non in contraddizione con tale desiderio, bensì un aiuto e una promessa di pienezza.
La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli "ha fatto il bene", cioè ha scelto l'amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell'altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una "bontà" che si vorrebbe ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un'attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù: il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l'amicizia, il suo rapporto con la natura... restano molto eloquenti. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine.

(Enzo Bianchi - Vita Pastorale - Aprile 2018)

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