Abbiamo trovato il Messia»: la grazia e la verità vennero per mezzo di lui [II Dom. T.O. (B) Acclamazione al Vangelo ( Gv 1,41-17/b2)]
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Inaugurazione " SCUOLA TEOLOGICA DI BASE" Anno Accademico 2017-2018

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Amoris Laetitia


L' esortazione apostolica post sinodale amoris laetitia del santo padre francesco ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi alle persone consacrate agli sposi cristiani e a tutti i fedeli laici sull’ amore nella famiglia.

Per l'ufficio diocesano per la pastorale della famiglia Maria e Martin Milone Don Domenico Sausa


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In edicola " la necessità urgente di parlare"
Carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti


Il carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti si snoda per oltre quarant’anni – dai primi anni ’50 a metà degli anni ’90 del Novecento – e testimonia l’evolversi del rapporto tra l’inquieto e profondo sacerdote pisano e uno dei protagonisti più originali della vita politica, istituzionale e religiosa del Novecento italiano. Dalle lettere emergono i problemi che attraversano le loro vite, la storia del paese e le vicende della Chiesa italiana: domande sull’autenticità e sulla fedeltà alle proprie scelte, sulle difficoltà di relazione con la Chiesa degli anni ’50, sui possibili modi di essere cristiani nel tempo e nella storia, sui profondi bisogni di rinnovamento e di riforma ecclesiale. Spesso il discorso si allarga alla ricca trama di contatti e avvenimenti in cui si inserisce il loro rapporto: la vita politica nazionale da cui Dossetti è uscito, lasciando una complessa e discussa eredità; la vivacissima Firenze degli anni ’50 e ’60, con Giorgio La Pira e molti altri; la vita locale, politica ed ecclesiale di Bologna. Anche i grandi fatti della storia internazionale sono presenti: la guerra del Vietnam, la tensione tra i due blocchi, occidentale e sovietico, le questioni mediorientali e il conflitto israelo-palestinese. Le lettere rappresentano così il racconto di due vite, attraverso cui rileggere alcune delle questioni cruciali della fede cristiana e della società italiana del secolo scorso. Questioni che, a ben vedere, giungono fino ai nostri giorni.

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Comunicato Stampa

I comunicati stampa precedenti si possono trovare nel sottomenu " Comunicati Stampa" del Menu "Vescovo"
“Poesie” in evidenza





Non mi vestite di nero: / è triste e funebre. Non mi vestite di bianco: / è superbo e retorico. Vestitemi / a fiori gialli e rossi / e con ali di uccelli. E tu, Signore, guarda le mie mani. Forse c’è una corona. Forse / ci hanno messo una croce. Hanno sbagliato. In mano ho foglie verdi / e sulla croce, / la tua resurrezione. E, sulla tomba, / non mi mettete marmo freddo con sopra le solite bugie / che consolano i vivi. Lasciate solo la terra / che scriva, a primavera, / un’epigrafe d’erba. E dirà / che ho vissuto, / che attendo. E scriverà il mio nome e il tuo, uniti come due bocche di papaveri .

(A. Zarrii)
La chiesa nei primi secoli
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Omelia del nostro Vescovo Vincenzo – Ordinazione Sacerdotale di Paolo Cassaniti e Gioacchino Notaro Cattedrale 30 dicembre 2017

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Non potevamo concludere meglio di così quest’anno 2017; con il dono di due Diaconi che stiamo per ordinare Sacerdoti: Paolo Cassaniti di Petralia Soprana e Gioacchino Notaro di  Montemaggiore Belsito.

Saluto tutti affettuosamente e in particolare le rispettive Comunità di provenienza degli Ordinandi.

Lodando e ringraziando il Signore per i benefici ricevuti in quest’anno che volge al tramonto, Lo ringraziamo in maniera particolare per questo evento di grazia; e ringraziando il Signore sento di dovere ringraziare quanti negli anni hanno collaborato alla formazione di questi nostri due fratelli: ringrazio il Seminario di Cefalù e i suoi educatori, come pure ringrazio il Seminario di Palermo e di Caltanissetta che in maniera particolare ha     curato la formazione di Gioacchino.

Sento anche di dovere ringraziare il carissimo Don Renzo Bonetti della diocesi di Verona, per avere favorito il Diacono Paolo in una particolare esperienza di pastorale familiare in seno alla Fondazione “Famiglia Dono Grande” e don Giuseppe Licciardi per avere accolto il Diacono Gioacchino nell’esperienza pastorale in parrocchia.

Paolo e Gioacchino, così diversi tra loro, per età, per temperamento e pur accomunati dallo stesso amore per il Signore e dalla stessa chiamata: chiamati, formati, consacrati, inviati: è il cammino di quanti si mettono alla sequela di Gesù.

A pochi giorni del Santo Natale la Chiesa ci fa celebrare la festa della Santa Famiglia di Gesù Maria e Giuseppe.

Il Natale è una scuola di umanità. Dio si fa uomo come noi, elevando al massimo grado la nostra condizione umana. Dio si è fatto come noi per farci come Lui.

Non avrebbe potuto essere realmente e completamente uomo senza qualcuno che lo mettesse al mondo, ovvero una donna. Dal punto di vista strettamente generativo non ci fu bisogno dell’apporto di un uomo in quanto Gesù fu concepito da Maria per opera dello Spirito Santo. Tuttavia lo stesso Angelo che annuncia a Maria la nascita di Gesù dice a Giuseppe: “ Tu lo chiamerai Gesù” (Mt 1,21).

Ecco una prima lezione di umanità che Dio ci offre. Normalmente, occorrono un uomo e una donna per formare una persona umana. Sono condizioni naturali ed elementari all’esistenza umana alle quali nemmeno Dio ha voluto sottrarsi.

Dall’episodio della presentazione di Gesù al tempio, che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Luca, vediamo Gesù inserito nella comunità sociale e religiosa ebraica con i suoi riti e le sue tradizioni, e così nasce una seconda lezione di umanità: la famiglia non può bastare a se stessa, occorre una rete di relazioni che vada oltre lo stretto necessario  del nucleo familiare e, in questa rete di relazioni, la famiglia è chiamata ad inserirsi e a crescere.

Anche Gesù come tutti i bambini è nato e cresciuto in una famiglia e certamente aveva i suoi “compagnetti” con cui relazionarsi; anche Lui “cresceva e si fortificava”, anche Lui maturava pian piano, col tempo, come tutti i ragazzi di questo mondo. Il Vangelo ci dice che cresceva in età, sapienza e grazia.

Una terza lezione di umanità che Dio, facendosi uomo ci offre, è quella di sapere accettare il limite a cominciare dal fatto di nascere in una famiglia che non ci siamo scelti noi. Il nostro modo di essere sia fisico che spirituale, in buona parte, dipende dal nostro vissuto familiare. Voi genitori molto spesso fate l’esperienza di vedere crescere i vostri figli e molto spesso vi appaiono così diversi da come ve li siete immaginati o sognati.

Anche Maria e Giuseppe hanno fatto questa esperienza: l’evangelista Luca ci dice che essi non capivano quel Figlio (cfr.Lc 2,50). L’episodio di Gesù smarrito e ritrovato nel tempio fa esclamare Maria: “Figlio perché ci hai fatto questo? Tuo padre e io ti cercavamo angosciati” (cfr. Lc 2,50). Anche questo episodio è una lezione di umanità.

 Persino Dio ha voluto una famiglia che si preoccupasse di Suo Figlio fatto uomo; ecco perché la celebrazione del Suo Natale non si può staccare dal  ricordo di Maria che gli fu madre e da Giuseppe che gli fece da padre.

Alla luce di queste lezioni di umanità diventa più facile capire il perché il Signore non ha scelto gli angeli come suoi ministri ma ha scelto uomini tratti dagli uomini e dalla famiglia umana perché meglio potessero capire la condizione dell’uomo; ha scelto uomini perché stessero con Lui e accettassero di spendersi e di essere inviati per continuare la Sua opera di salvezza.

Chi si è messo dietro al Signore sa che basta essere uomini per essere poveri uomini ma non può non avere l’anelito ad una vita santa e il conforto della certezza che nulla è impossibile a Dio.

Il Signore non comanda di diventare uccelli a coloro i quali non ha fornito le ali, né di vivere sott’acqua a coloro per i quali ha stabilito una vita terrestre… il Signore non costringe a nessuna impresa che superi la natura. Se il Signore pretende una vita santa è perché la santità è compatibile con le nostre risorse, e  adatta alle forze di coloro ai quali viene chiesta (S. Gregorio di Nissa). 

Carissimi Paolo e Gioacchino, da questa sera comincia per voi un’avventura senza ritorno.

Nella vita sacerdotale ci sono dei segreti che assicurano il successo della missione.

Il ministero presbiterale va vissuto sempre nella gioia e con entusiasmo e mai da soli.

Un Prete triste è un triste Prete.

L’essere nati stanchi e vivere per riposare o voler fare della propria missione un esercizio da liberi battitori non può appartenerci.

Da questo momento la vostra famiglia sarà il presbiterio: non comportatevi da orfani o da (singol) single, non disertate questa famiglia nella quale il Signore vi ha inserito e che anche in questo caso non avete scelto voi ma è sempre il Signore che sceglie per noi: “non voi avete scelto me ma Io ho scelto voi”, ci dice Gesù.

E’ una scelta alla quale abbiamo aderito liberamente e che siamo chiamati a vivere con passione, senza grilli per la testa, liberi da ogni ricerca di prestigio e di successo e per dirla con S. Pietro ci impegniamo a pascere il gregge che ci verrà affidato“non per forza ma volentieri, non per vile interesse ma di buon animo, non spadroneggiando ma facendoci servi” (cfr. 1Pt 5,2).

Gesù, l’unico nostro Maestro non è venuto per farsi servire ma per servire. Noi non siamo i funzionari del sacro, siamo  ministri di Dio scelti da Lui non per i nostri meriti ma per la Sua misericordia.

La gente vuole trovare in noi dei punti di riferimento,  dei veri uomini capaci di ascoltare, di capire, di comprendere, di affiancare e di assumersi le proprie responsabilità; la gente ha bisogno di convincersi che nessuno di noi si fa Prete per giovare a sé stesso ma per spendersi per gli altri.

Fuggire dagli  altri, nascondersi, darsi alla latitanza, rinchiudersi in se stessi non è altro che un lento suicidio.        Soltanto una vita vissuta per gli altri è una vita che vale la pena di vivere.

Noi siamo Sacerdoti per la gloria di Dio e per servire i Fratelli in purezza e santità di vita.

Diventare diaconi, sacerdoti e vescovi non è un diritto per nessuno.

Mi avete sempre sentito dire: prima di tutto uomini e poi Preti.

Uomini miti e coraggiosi, uomini capaci di lottare e di perdonare, uomini di frontiera che sanno scorgere la luce dove l’oscurità sembra dire l’ultima parola.

Uomini capaci di guardare in faccia, con i piedi a terra, che sanno interrogare la grazia prima della scienza e il respiro della preghiera prima delle elucubrazioni mentali, sterili e devianti.

Non lasciatevi sviare da idee vane e peregrine.

Noi veniamo chiamati e consacrati per crescere ed affermarci in santità di vita nonostante la fragilità umana che ci accompagna.

Nel tempo di questo affascinante percorso terreno, vi direbbe Santa Teresa d’Avila: “nulla vi turbi, nulla vi spaventi,tutto passa, solo Dio non cambia.Chi ha Dio nel cuore nulla gli manca, solo Dio basta”; vi accompagni la certezza del salmista: “Signore tu sei il mio rifugio, Tu sei scudo intorno a me”.

Sento di raccomandarvi queste cose spinto dall’ansia di Padre e Pastore.

Dopo che davanti al popolo di Dio accoglierò la manifestazione della vostra volontà con la quale vi impegnate ad esercitare per tutta la vita il ministero sacerdotale dedicandovi assiduamente alla preghiera, promettendo filiale rispetto ed obbedienza a me e a miei successori, vi imporrò le mani.

E dopo di me anche tutti i presbiteri presenti vi imporranno le mani come a volervi accogliere in seno al presbiterio in una grande famiglia per vivere ed operare insieme non da confratelli ma da fratelli.

Con l’imposizione delle mani e la preghiera di Ordinazione venite costituiti sacerdoti per sempre, cooperatori dell’ordine episcopale, collaboratori nel ministero della Parola, dell’Eucarestia e del Perdono, dispensatori dei Misteri di Dio.

A conclusione del Rito di Ordinazione ci scambieremo l’abbraccio di pace e lo scambierete anche con gli altri Presbiteri a sigillo della comunione sacramentale che ci rende un sol corpo e un’anima sola per sempre.

Con vero piacere ho potuto notare che siete ambedue devoti del Santo Curato d’Ars: un sacerdote umile, semplice, docile, innamorato di Dio, a servizio totale dei fratelli, sempre pronto ad accogliere e ad assolvere, incapace di risparmiarsi, dedito alla preghiera come contemplazione del volto di Dio concretamente incarnato nella storia.

Vi accompagni la santità di quest’uomo e vi protegga la Santa Famiglia Gesù, Maria e Giuseppe.

Vi auguro di cuore che sempre e dovunque la storia vi condurrà possiate essere sacerdoti autentici secondo il cuore di Dio, senza rimpianti e senza paura ma sinceramente appassionati del vostro sacerdozio e della missione affidatavi dal Signore.

Dopodomani spunterà l’alba di un anno nuovo.

“Anno nuovo vita nuova”!

Lo diciamo da sempre; come un ritornello; forse parole automatiche. Frasi fatte. Ma parole, anche, che contengono verità, possibilità, invito, speranza, desiderio, auspicio.

Guardare in alto e avanti: è questa la consegna del nuovo anno.

A tutti buon Anno!

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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



Salmodie

 

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Encliclica “Laudato sì”
Eventi
Prima giornata diocesana per l'identità dei beni culturali ecclesiali

( Click sulla locandina in scorrimento per ingrandire)



Programmazione pastorale
PROGRAMMAZIONE PER L’ANNO PASTORALE 2014-2015



( Cliccando sulle locandina è possibile aprire il calendario con i temi dei vari appuntamenti)



Concerti nelle chiese

Reverendissimi Confratelli, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, come e noto, in data 5 novembre 1987 ha emanato un documento, "Concerti nelle Chiese", attraverso cui offriva a tutta la Chiesa alcune riflessioni circa la musica sacra, la musica religiosa, la consuetudine di ospitare concerti nei luoghi di culto, gli strumenti musicali... riflessioni corredate da una serie di disposizioni pratiche generali con l'invito alle singole Diocesi o Regioni Ecclesiastiche a calarle nel loro contesto con la redazione di un regolamento ad hoc.

Click sull'icona che segue per aprire o scaricare il regolamento in formato PDF

In evidenza dai quotidiani




Il senso della memoria

Ricordati di non scordare”, cantava Battisti a inizi anni settanta. E la pubblicità del film “Memento” gli faceva eco trent’anni dopo: “Ricordati di non dimenticare!”. Frasi paradossali, ma che ben rendono l’idea del significato e dell’importanza della “Giornata della memoria”. L’uno dopo l’altro scompaiono i testimoni-vittime della tragedia della shoah: figli, parenti, amici raccolgono le ultime briciole di racconto di un vissuto impossibile da narrare e da essere accolto come credibile; libri, monumenti, pellicole cercano di fissare una verità che vorremmo tutti rimuovere. E intanto, a furia di rimuovere e di schedare, perdiamo la nostra facoltà di memoria: “Archiviare significa dimenticare”, ammonisce Enzensberger.

Allora il senso e la portata della giornata della memoria va rinnovata ogni anno, non solo e non tanto per trasmettere il testimone alle nuove generazioni, ma prima ancora come terapia per una società malata di amnesia, una società afflitta da Alzheimer collettivo, in preda all’incapacità di conservare memoria di ciò che è stato e, quindi, di discernere ciò che accade e di intuire ciò che avverrà. A livello culturale le nostre difese immunologiche non sanno più come far tesoro, né individualmente né collettivamente, di quelle che chiamavamo le “lezioni della storia”: il linguaggio stesso è superato. Così, per esempio, un paese che per oltre un secolo ha visto decine di milioni di suoi cittadini emigrare nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita degna di questo nome, nello spazio di un paio di generazioni si ritrova a percepire l’immigrazione come un morbo da combattere e i migranti come minacce capaci di destare le più irrazionali paure.
Il teologo tedesco Johannes Baptist Metz, tra i primi e i più acuti nel ripensare la teologia cristiana “dopo Auschwitz”, constatava con tristezza l’affermarsi di un uomo “completamente insensibile al tempo, un uomo come macchina dolcemente funzionante, come intelligenza computerizzata che non ha bisogno di ricordare perché non è minacciata da alcuna dimenticanza, come intelligenza digitale senza storia e senza passione”. Non basta infatti che un fatto sia accaduto perché diventi patrimonio acquisito, individuale e collettivo: è la memoria che compie questa metamorfosi, che coglie, rilegge e interpreta il passato affinché non piombi nel baratro dell’oblio e l’onda del non senso ci sommerga.

Non so quanto siamo consapevoli che si registra un raffreddamento di convinzioni verso ogni forma di “commemorazione”: chi ricorda appare a molti una persona paralizzate sul suo passato che non ha saputo rottamare. Così anche questa giornata odierna rischia di essere ascritta tra le cose che si devono fare ma senza abitarle, senza cioè che ci interpellino in profondità, senza che suscitino in ciascuno di noi responsabilità. Per la mia generazione, andare a visitare i campi di sterminio in gennaio – come feci recandomi con la scuola a Dachau a diciassette anni – era una scoperta che scuoteva fino alle fondamenta la nostra umanità. Oggi rischia di essere un’esperienza tra tante, abituati come siamo alla “conoscenza” delle notizie e degli orrori perpetrati nel mondo intero. In verità, se non ci si ricorda ciò che avvenne nell’epifania del male che colpì gli ebrei, non si è più capaci nemmeno di provare orrore per ciò che può di nuovo accadere.

Ma bisogna anche vigilare per non trasformare il “dovere” della memoria in un’ossessione paralizzante: ricordare le offese e i torti subiti – come persona, come gruppo sociale, etnico o religioso, oppure come membro dell’unica umanità condivisa – non deve servire a riattizzarli, ad alimentare sentimenti di vendetta uguale e contraria, a ridare loro vitalità. Al contrario, la memoria del male serve a farcelo assumere come atto nelle possibilità di ogni essere umano – e quindi anche di me stesso – e a considerarlo vincibile solo attraverso un preciso, ostinato, intelligente lavoro quotidiano fatto di pensieri e azioni radicalmente “altri”. È questo innanzitutto il compito dell’indispensabile “purificazione della memoria”: non un cinico cancellare i misfatti, non una oltraggiosa equiparazione di vittime e carnefici, ma la faticosa accettazione che l’interrogativo postoci emblematicamente da Primo Levi – “se questo è un uomo” – contiene in sé l’ancor più tragica costatazione che “questo è stato fatto da un uomo”.

A quelli che continuano a ripetere “Dov’era Dio?” – e oggi lo fanno senza aver patito nulla, per semplice vezzo letterario – io chiedo di porsi una domanda ancor più seria: “Dov’era l’uomo?”. Sì, dov’era l’umanità? Perché ha taciuto quando sapeva? Perché è stata testimone e per anni ha attenuato o cercato di nascondere quanto accaduto? La memoria è essenziale all’umanizzazione: dove regna la dimenticanza, regna la barbarie.

La memoria diventa allora il luogo dell’indispensabile discernimento, l’esercizio in cui il passato, anche se amaro, diventa nutrimento per il futuro. Discernimento ancor più cogente in un tempo come il nostro in cui si assiste all’incepparsi stesso della trasmissione – non solo di valori, ma degli eventi che tali valori hanno suscitato – all’enfasi posta sull’oggi o su un futuro concepito dagli uni come irraggiungibile miraggio e dagli altri come l’ossessivo aggrapparsi all’attimo presente. Ci si scorda delle radici, si rimuove il travaglio del passato, si rottama l’oscuro lavorio di generazioni o il tragico annientamento di popoli e così ci si priva del fondamentale strumento per discernere ciò che dell’oggi merita di avere un futuro. La memoria infatti non è la meccanica riesumazione di un evento passato che in esso ci rinchiude: al contrario, quando facciamo memoria noi richiamiamo l’evento accaduto ieri, lo invochiamo nel suo permanere oggi, lo sentiamo portatore di senso per il domani. In questa accezione la memoria apre al futuro e nel contempo attesta una fedeltà a eventi e verità, a un intrecciarsi di vicende che assume lo spessore di “storia”. Se fare memoria è questo operare un discernimento sul già avvenuto per alimentare l’attesa del non ancora realizzato, possiamo a ragione far nostre le parole intelligenti e sorprendenti del filosofo ebreo francese Marc-Alain Ouaknin, che così parafrasa il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre, cioè: Ricordati del tuo futuro!”.

(Enzo Bianchi - La Stampa 27 gennaio 2016)

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Recensione Film
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«Il Piccolo Principe» è il capolavoro dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry pubblicato 70 anni fa ed è uno dei libri più letti nel mondo.

Dopo la Bibbia, ha il secondo posto in classifica insieme a Pinocchio di Collodi.

È stato tradotto in 220 lingue e perfino in alcuni dialetti. In Italia è costantemente presente nelle classifiche dei libri più venduti.

Narra, in prima persona, “l’ incontro tra l’ autore ed il Piccolo Principe”.

Sei anni prima il pilota- geografo Antoine ebbe un incidente col suo aereo mentre sorvolava il Sahara. Al risveglio della prima nottata nel deserto, una vocina incominciò ad infastidirlo, subito si alzò di scatto per vedere chi fosse e vide un bambino. In alcuni giorni riuscì a capire che lui si faceva chiamare il Piccolo Principe e che veniva da un piccolo pianeta chiamato : Asteroide B 612.

Ben presto, quando i due presero più confidenza, il Piccolo Principe iniziò, anche, a raccontare ad Antoine il suo viaggio sino alla terra.

Lui non aveva una meta precisa, e voleva viaggiare. Per iniziare il suo viaggio, approdò su un altro piccolo pianeta dove stava un re, un re che diceva di comandare su tutto e su tutti, ma era tanto triste e solo;

sul secondo pianeta incontrò un vanitoso che cominciò a domandargli quanto per lui fosse bello quell’ uomo, ma il piccolo principe non capendo cosa se ne sarebbe fatto quell’ uomo delle sue lusinghe , se ne andò altrove;

nel terzo pianeta trovò un ubriaco a cui chiese cosa stesse facendo, e lui quindi rispose che stava bevendo alcolici per dimenticare la sua vergogna, così se ne andò via subito;

il quarto pianeta era abitato da un uomo d’ affari che contava le stelle per diventare ricco e comprare altre stelle;

sul quinto pianeta v’ era spazio solo per un lampione e l’ uomo che lo accendeva e lo spegneva ogni minuto; Sull’ ultimo pianeta visitato dal Piccolo Principe prima di arrivare sulla terra, trovò un geografo che aspettava gli avventurieri per disegnare sempre nuove carte geografiche.

Nei giorni seguenti il Piccolo Principe cominciò ad essere molto triste e un giorno…l’incontro con la volpe …

Dietro le storie di queste persone si nascondono i vizi e le virtù di ogni uomo e il passo successivo che si deve compiere per migliorarsi e stare in armonia con gli altri e con se stessi.

Quello che traspare dal libro “Il piccolo principe”, che ha segnato generazioni con il suo significato tangibile, è come gli uomini crescendo riescano a perdere il candore e il contatto con le cose importanti, non cogliendo più il senso di ciò che possiedono, che vivono e provano.

Tanti i tentivi di nettere in scena il libro ma quello di Mark Osborne è un grande sforzo di incredibile ardire poetico.

Nel film molte le libertà ma con l’obiettivo di “salvaguardare la storia originale, sia per quelli che l’avevano amato che per quelli che ancora non la conoscevano, costruendo intorno una storia più grande …”.

La storia più grande è quella di una bambina senza nome (se lui è The little Prince, lei è The little girl) nella difficile fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, sta per compiere nove anni e ha già pronto il suo regalo, un microscopio per migliorare in biologia come le annuncia la mamma settimane prima del compleanno. E’ questa mamma single ad aver pianificato tutta la sua esistenza: la sta preparando ad una vita di impegno e sacrificio per entrare nel mondo degli adulti.

L’incontro tra la ragazzina e l’aviatore, un ipotetico Saint-Exupery ormai invecchiato, ispirato allo scrittore che nella realtà è scomparso a 44 anni scompaginerà i suoi piani. E quell’aeroplanino fatto con un foglio strappato su cui è tratteggiata l’iconica immagine del Piccolo Principe, quella creata dallo stesso autore, e che dalla prima edizione del ’43 ha sempre accompagnato la pubblicazione del romanzo, permetterà alla piccola protagonista di partire per un viaggio straordinario.

Il Film , presentato a Cannes fuori concorso, arriverà in sala il prossimo Natale.

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Di seguito una delle clip di un esperimento di Teatro-musica realizzato oltre 10 anni nel tentativo di mettere in scena il libro più bello e più letto dopo la Bibbia. www.chiesadicefalu.it

Des Hommes et des Dieux ,
premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria,è un film dove emerge la pluralità, non si fa leva su un unico credo. Lo spettatore viene portato dentro gli animi di chi vive la propria religiosità senza confini, accogliendo e amando il prossimo, senza differenze.

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Xavier Beauvois porta sul grande schermo la strage di sette monaci cistercensi di Thibirine sullo sfondo della guerra civile in Algeria nel 1996; ancora oggi non è stata fatta completa luce sulla vicenda: all’inizio l’eccidio fu rivendicato dalla Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha, il gruppo armato che mirava a rovesciare il governo, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino, nel quadro di una strategia della tensione o di un “errore”.
Di fronte allo scorrere delle immagini, e della vicenda, ragioniamo su cosa significa credere in un Dio, su cosa significa essere religiosi, su cosa vuol dire mettere la propria vita al servizio del prossimo, mossi da una vocazione; vocazione che sembra vacillare di fronte alle crudeltà della vita, ma che allo stesso tempo riporta sui giusti binari, spinge al pensiero; è solo dopo matura riflessione che si decide di continuare a camminare verso un’unica direzione. Si decide di andare avanti, di incontrare l’altro, l’apparentemente diverso, e di morire. Ci troviamo di fronte a una visione critica della spiritualità. Perché si tratta più di spiritualità che di Dio nel nel film di Beauvois; spiritualità che porta a fare delle scelte solo apparentemente incoscienti, spiritualità che porta ad essere pluralisti. Spiritualità che porta anche a morire, a morire per incontrare l’altro, in un paradosso etico. Immensamente morale. Ma qui si parla non di finta moralità, bensì di qualcosa di ben più elevato: si parla di connubio, di unione, di andare con l’altro, anche se diverso, uguale e fratello, anche nella morte, anche se ci porta al martirio. A morire è l’umanità, e allora la morte assume un carattere sacro. Torna l’ultima cena (la scena dei monaci riuniti attorno al tavolo con la colonna sonora della Morte del Cigno, tratta da Il lago dei Cigni di Cajkovskij, è davvero toccante) e tutto si fa unico: i monaci, il monastero, il villaggio, i soldati. Tutto si unisce, in un finale tragico quanto straordinario.
( di seguito il PPT con le foto originale dei martiri )
Nelle diapositive Sono stati associati, ai “sette dormienti di Efeso”, martiri cristiani murati in una grotta e che sarebbero risuscitati circa due secoli dopo. Quello che è interessante è che sono venerati sia dai cristiani che dai musulmani (ne parla il Corano).

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Il rosso e il Blu
Il tirante che trascina il film nella sua (solo apparente) esilità, è la volontà di incontrarsi che a volte salva gli esseri umani dall’apatia. In questa lotta per la sopravvivenza (mentale, ma non solo) a volte si è nobili, a volte patetici, a vote ridicoli. E il film, questi registri, li padroneggia tutti
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