Rimanete in me e io in voi, dice il Signore, chi rimane in me porta molto frutto. [XXXIII Domenica del T.O.Acclamazione al Vangelo ( Gv.15,4-5)]
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Inaugurazione " SCUOLA TEOLOGICA DI BASE" Anno Accademico 2017-2018

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Amoris Laetitia


L' esortazione apostolica post sinodale amoris laetitia del santo padre francesco ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi alle persone consacrate agli sposi cristiani e a tutti i fedeli laici sull’ amore nella famiglia.

Per l'ufficio diocesano per la pastorale della famiglia Maria e Martin Milone Don Domenico Sausa


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In edicola " la necessità urgente di parlare"
Carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti


Il carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti si snoda per oltre quarant’anni – dai primi anni ’50 a metà degli anni ’90 del Novecento – e testimonia l’evolversi del rapporto tra l’inquieto e profondo sacerdote pisano e uno dei protagonisti più originali della vita politica, istituzionale e religiosa del Novecento italiano. Dalle lettere emergono i problemi che attraversano le loro vite, la storia del paese e le vicende della Chiesa italiana: domande sull’autenticità e sulla fedeltà alle proprie scelte, sulle difficoltà di relazione con la Chiesa degli anni ’50, sui possibili modi di essere cristiani nel tempo e nella storia, sui profondi bisogni di rinnovamento e di riforma ecclesiale. Spesso il discorso si allarga alla ricca trama di contatti e avvenimenti in cui si inserisce il loro rapporto: la vita politica nazionale da cui Dossetti è uscito, lasciando una complessa e discussa eredità; la vivacissima Firenze degli anni ’50 e ’60, con Giorgio La Pira e molti altri; la vita locale, politica ed ecclesiale di Bologna. Anche i grandi fatti della storia internazionale sono presenti: la guerra del Vietnam, la tensione tra i due blocchi, occidentale e sovietico, le questioni mediorientali e il conflitto israelo-palestinese. Le lettere rappresentano così il racconto di due vite, attraverso cui rileggere alcune delle questioni cruciali della fede cristiana e della società italiana del secolo scorso. Questioni che, a ben vedere, giungono fino ai nostri giorni.

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Comunicato Stampa

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“Poesie” in evidenza





Non mi vestite di nero: / è triste e funebre. Non mi vestite di bianco: / è superbo e retorico. Vestitemi / a fiori gialli e rossi / e con ali di uccelli. E tu, Signore, guarda le mie mani. Forse c’è una corona. Forse / ci hanno messo una croce. Hanno sbagliato. In mano ho foglie verdi / e sulla croce, / la tua resurrezione. E, sulla tomba, / non mi mettete marmo freddo con sopra le solite bugie / che consolano i vivi. Lasciate solo la terra / che scriva, a primavera, / un’epigrafe d’erba. E dirà / che ho vissuto, / che attendo. E scriverà il mio nome e il tuo, uniti come due bocche di papaveri .

(A. Zarrii)
La chiesa nei primi secoli
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Come negli anni passati l’Ufficio Liturgico Diocesano ha preparato uno schema per la prossima veglia d'Avvento che , anche quest'anno, vivremo vegliando insieme nell'ascolto della Parola del Signore. Nei comuni dove ci sono più parrocchie, si celebrerà la veglia in forma interparrocchiale. Per accedere allo schema veglia click su “ SUSSIDI LITURGICI” della barra dei menu o sulla seguete icona PDF >>>

Omelia del nostro Vescovo Vincenzo nella Celebrazione del 150° anniversario della fondazione dell’Azione Cattolica

Siate i benvenuti carissimi fratelli e sorelle dell’Azione Cattolica qui convenuti per celebrare il 150° anniversario di fondazione della vostra Associazione.

Saluto tutti con le stesse parole di Paolo ai Tessalonicesi: “a voi, grazia e pace” (1Ts 1,1).

L’apostolo Paolo si introduce in questa sua prima lettera ai Tessalonicesi, ringraziando Dio e lodando la comunità, ma evidentemente le lodi per i suoi destinatari hanno l’implicito valore di gratitudine, di esortazione e di incoraggiamento. È quello che voglio fare anch’io in questa Eucarestia facendo festa assieme a voi per la fausta ricorrenza che celebriamo.

La prima lettera ai Tessalonicesi rivela l’impegno umano espresso dalle tre virtù teologali che fioriscono tra i credenti di Tessalonica: la fede operosa, la carità matura e la speranza costante.

Senza eccessiva forzatura mi pare di cogliere in queste parole di Paolo un’analogia con il carisma dell’Azione Cattolica. Il carisma dell’Azione Cattolica infatti è il carisma della stessa Chiesa incarnata nell’oggi e in ogni Chiesa diocesana. Paolo scrive “alla Chiesa dei Tessalonicesi”, ricordando il suo apostolato e il suo ministero e nel contempo offre alcune raccomandazioni pratiche, varie e brevi, esortando al progresso continuo e alla perfezione ben sapendo che la perfezione quaggiù rimane sempre una meta, un’ideale da raggiungere.

L’Azione Cattolica ha coltivato sempre la tensione verso la perfezione cristiana perseguendo con costanza i valori umani, sociali e cristiani e quindi: la preghiera, la formazione, il sacrificio e l’apostolato.

150 anni di storia rappresentano un lungo cammino che da Mario Fani e Giovanni Acquaderni, ha coinvolto molte generazioni.

È la storia di un popolo formato da uomini e donne di ogni età e condizione: piccoli e grandi, ragazzi e giovani, adulti e anziani che hanno provato a vivere come testimoni del Vangelo in maniera semplice ed esemplare.

Dentro questa storia ho il privilegio di rivedere e trovarci la mia famiglia: mio padre, mia madre, mio fratello e io stesso siamo cresciuti in Azione Cattolica frequentando regolarmente la Parrocchia.

Non sono pochi i testimoni di santità che hanno tracciato la strada dell’Associazione: penso a Giuseppe Toniolo, Armida Barelli, Piergiorgio Frassati, Teresio Olivelli, Vittorio Bachelet e tanti altri che nell’anonimato vissuto nel quotidiano hanno avuto il coraggio di testimoniare nei loro ambienti, nelle loro parrocchie, sul posto di lavoro, la loro fede.

Nella nostra diocesi abbiamo avuto il privilegio di apprezzare la figura di Maria David di Polizzi Generosa che si è distinta in seno all’Azione Cattolica per il suo impegno e la sua testimonianza. Da una scheda biografica risulta che sin dall’età di due anni è stata iscritta nelle fila dell’Azione Cattolica. Nel 1958 il Vescovo Cagnoni le affidò la presidenza diocesana della gioventù femminile. Maria David ha fatto quasi sempre parte del consiglio diocesano di Azione Cattolica e fu responsabile del settore adulti dell’Azione Cattolica della  parrocchia Cattedrale. Educatrice equilibrata e tenace, tra le tante virtù ricordiamo: la vivacità intellettuale, lo spessore culturale profuso in tutte le iniziative diocesane, il senso dell’amicizia fedele nella gioia e nel dolore, la capacità di riconoscere i talenti degli altri e di offrire spazio alla loro esplicazione, il senso dell’accoglienza e dell’ospitalità che dimostrava in tutte le occasioni, la profondità di vita spirituale, di fede e di preghiera. Colpita da un male che non perdona, inizia il suo calvario di sofferenza, affrontando la prova più grande della sua via con disarmante forza d’animo. Serena e silenziosa, senza mai lamentarsi trascorse il suo ultimo periodo di vita in clinica e a casa pregando e offrendo la sua sofferenza come preludio alla ricompensa finale dell’incontro con Dio.

Tanti di voi potranno ricordarla anche bene essendo deceduta nel 2006.

L’impegno associativo dell’Azione Cattolica è quello di portare avanti la pastorale della Chiesa assumendo come propria la pastorale di ogni Chiesa diocesana per raggiungere tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni.

Io non so se nella nostra diocesi l’Azione Cattolica si è sempre fatto carico di far conoscere, e prima ancora di incarnare, le indicazioni pastorali che puntualmente all’inizio di ogni anno pastorale abbiamo dato. Forse sarà necessario ripensare con un maggiore senso di diocesanità, i vostri piani di formazione, le vostre forme di apostolato abbandonando il vecchio criterio del “si è fatto sempre così”.

L’Azione Cattolica o si scommette nel rinnovare l’impegno di evangelizzazione nel territorio dove vive o ha fallito la sua missione.

Non parlo di impegno occasionale, ma di impegno come stile di vita.

La Chiesa esiste per evangelizzare e la missione della Chiesa Universale passa attraverso la Chiesa particolare a partire dalla parrocchia.

L’Azione Cattolica è chiamata ad offrire alla Chiesa diocesana un laicato maturo che serva con disponibilità i progetti pastorali di ogni luogo.

Oggi per una felice coincidenza si celebra la Giornata Missionaria Mondiale e facciamo memoria di San Giovanni Paolo II anche se liturgicamente prevale la Domenica. Questo ricordo ben si coniuga con l’Azione Cattolica perché tutti i suoi soci sono impegnati ad essere dinamicamente missionari. Giovanni Paolo II soleva ripetere ai giovani: “voi siete i primi missionari dei vostri coetanei”.

Mi sembra di poter adattare l’insegnamento di Giovanni Paolo II all’Azione Cattolica: i ragazzi evangelizzano i ragazzi, i giovani i giovani, gli adulti gli adulti e così via.

Qualunque attività o professione si impara esercitandola e così si impara ad evangelizzare evangelizzando e a pregare pregando.

Papa Francesco nel discorso ai partecipanti al Congresso del Forum Internazionale dell’Azione Cattolica tenutosi il 27 aprile u.s. ha affermato con molta decisione: “voglio un’Azione Cattolica tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, nella campagna, negli ambiti propri della vita. È in questi nuovi aeropaghi che si prendono decisioni e si costruisce la cultura”.

Non è escluso, anzi è necessario che l’Azione Cattolica sia presente anche nel mondo politico, imprenditoriale e professionale “per dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Il Vangelo di questa Domenica ci invita ad occuparci di un aspetto della vita cristiana che resta, di solito, ai margini della nostra attenzione: è l’aspetto politico.

Gesù non elabora una teoria politica, ci invita a saper discernere tra ciò che spetta a Dio e ciò che spetta agli uomini. Quello che è di Cesare, Dio non lo pretende per sé. Il monito di Cristo è inequivocabile. Da un lato ci dice che pagare le tasse è un dovere umano, civile e morale; dall’altro lato Gesù afferma con vigore l’autonomia della sfera religiosa e della più generale dignità umana che non può essere conculcata da nessun potere politico.

Il Vangelo non distoglie il credente dall’impegno sociale e politico, anzi lo chiama a una speciale responsabilità e testimonianza. Certo, non sempre è facile sapere come fondare tale impegno sul Vangelo, come raccordarlo con la fede e le tensioni di ogni giorno.

Credo che si possa affermare che regno di Cesare e Regno di Dio non si escludono a vicenda, come pensavano gli ebrei; è possibile al discepolo di Gesù operare, contemporaneamente, nell’uno e nell’altro campo, senza conflitti insanabili. Certamente tutto dev’essere ispirato ai criteri del Vangelo, al bene comune e alla giustizia sociale.

Muovendosi su queste premesse penso sia possibile per un laico non solo formato, ma soprattutto retto di mente e di cuore, tracciare la linea di condotta di impegno politico nella storia e nella vita.

La domanda rivolta a Gesù: “è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”, è una domanda-trabocchetto; lo si voleva indurre a pronunciarsi apertamente su di una scottante questione che toccava la suscettibilità religiosa di Israele e interessava i pubblici poteri. Ma il tranello era troppo sfacciato: se Gesù avesse dichiarato illecito il pagamento del tributo sarebbe stato accusato all’autorità romana; se invece si fosse pronunziato per la liceità si sarebbe inimicato i capi religiosi e il popolo. Non sapevano proprio come fare per strappargli dichiarazioni pericolose, ma Gesù sapeva come rispondere senza impelagarsi e senza compromettersi e così, con poche parole, manda in aria il piano dei farisei e scioglie il nodo ponendo il problema a un livello infinitamente più profondo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Così dicendo Gesù rivela l’esistenza di un Regno di Dio nella storia nel quale è possibile ad ognuno entrare con responsabilità e libertà riconoscendo il primato di Dio e la legittimità dello stato a cui va dato il proprio apporto per il miglioramento dell’ordine sociale.

Il cristiano nella sua libertà non si lascerà mai guidare dal capriccio o dall’interesse personale, ma dovrà sempre agire e scegliere coscienziosamente, ispirandosi ai criteri del Vangelo, adoperandosi per costruire il Regno di Dio in questo mondo. Solo così la politica potrà diventare espressione di squisita carità.

Carissimi, il gesto di carità che avete pensato per la casa di accoglienza Maria Santissima di Gibilmanna, nobilita il vostro carisma e si inserisce nell’impegno di raccontare, custodire e consegnare a un futuro già presente, la storia fatta di volti e di laici impegnati a testimoniare e a trasmettere la loro fede nel territorio.

 Ringraziandovi per quello che fate e per quello che siete auguro a tutti buona festa.

 

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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



Salmodie

 

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Encliclica “Laudato sì”
Eventi
Prima giornata diocesana per l'identità dei beni culturali ecclesiali

( Click sulla locandina in scorrimento per ingrandire)



Programmazione pastorale
PROGRAMMAZIONE PER L’ANNO PASTORALE 2014-2015



( Cliccando sulle locandina è possibile aprire il calendario con i temi dei vari appuntamenti)



Concerti nelle chiese

Reverendissimi Confratelli, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, come e noto, in data 5 novembre 1987 ha emanato un documento, "Concerti nelle Chiese", attraverso cui offriva a tutta la Chiesa alcune riflessioni circa la musica sacra, la musica religiosa, la consuetudine di ospitare concerti nei luoghi di culto, gli strumenti musicali... riflessioni corredate da una serie di disposizioni pratiche generali con l'invito alle singole Diocesi o Regioni Ecclesiastiche a calarle nel loro contesto con la redazione di un regolamento ad hoc.

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In evidenza dai quotidiani




Il senso della memoria

Ricordati di non scordare”, cantava Battisti a inizi anni settanta. E la pubblicità del film “Memento” gli faceva eco trent’anni dopo: “Ricordati di non dimenticare!”. Frasi paradossali, ma che ben rendono l’idea del significato e dell’importanza della “Giornata della memoria”. L’uno dopo l’altro scompaiono i testimoni-vittime della tragedia della shoah: figli, parenti, amici raccolgono le ultime briciole di racconto di un vissuto impossibile da narrare e da essere accolto come credibile; libri, monumenti, pellicole cercano di fissare una verità che vorremmo tutti rimuovere. E intanto, a furia di rimuovere e di schedare, perdiamo la nostra facoltà di memoria: “Archiviare significa dimenticare”, ammonisce Enzensberger.

Allora il senso e la portata della giornata della memoria va rinnovata ogni anno, non solo e non tanto per trasmettere il testimone alle nuove generazioni, ma prima ancora come terapia per una società malata di amnesia, una società afflitta da Alzheimer collettivo, in preda all’incapacità di conservare memoria di ciò che è stato e, quindi, di discernere ciò che accade e di intuire ciò che avverrà. A livello culturale le nostre difese immunologiche non sanno più come far tesoro, né individualmente né collettivamente, di quelle che chiamavamo le “lezioni della storia”: il linguaggio stesso è superato. Così, per esempio, un paese che per oltre un secolo ha visto decine di milioni di suoi cittadini emigrare nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita degna di questo nome, nello spazio di un paio di generazioni si ritrova a percepire l’immigrazione come un morbo da combattere e i migranti come minacce capaci di destare le più irrazionali paure.
Il teologo tedesco Johannes Baptist Metz, tra i primi e i più acuti nel ripensare la teologia cristiana “dopo Auschwitz”, constatava con tristezza l’affermarsi di un uomo “completamente insensibile al tempo, un uomo come macchina dolcemente funzionante, come intelligenza computerizzata che non ha bisogno di ricordare perché non è minacciata da alcuna dimenticanza, come intelligenza digitale senza storia e senza passione”. Non basta infatti che un fatto sia accaduto perché diventi patrimonio acquisito, individuale e collettivo: è la memoria che compie questa metamorfosi, che coglie, rilegge e interpreta il passato affinché non piombi nel baratro dell’oblio e l’onda del non senso ci sommerga.

Non so quanto siamo consapevoli che si registra un raffreddamento di convinzioni verso ogni forma di “commemorazione”: chi ricorda appare a molti una persona paralizzate sul suo passato che non ha saputo rottamare. Così anche questa giornata odierna rischia di essere ascritta tra le cose che si devono fare ma senza abitarle, senza cioè che ci interpellino in profondità, senza che suscitino in ciascuno di noi responsabilità. Per la mia generazione, andare a visitare i campi di sterminio in gennaio – come feci recandomi con la scuola a Dachau a diciassette anni – era una scoperta che scuoteva fino alle fondamenta la nostra umanità. Oggi rischia di essere un’esperienza tra tante, abituati come siamo alla “conoscenza” delle notizie e degli orrori perpetrati nel mondo intero. In verità, se non ci si ricorda ciò che avvenne nell’epifania del male che colpì gli ebrei, non si è più capaci nemmeno di provare orrore per ciò che può di nuovo accadere.

Ma bisogna anche vigilare per non trasformare il “dovere” della memoria in un’ossessione paralizzante: ricordare le offese e i torti subiti – come persona, come gruppo sociale, etnico o religioso, oppure come membro dell’unica umanità condivisa – non deve servire a riattizzarli, ad alimentare sentimenti di vendetta uguale e contraria, a ridare loro vitalità. Al contrario, la memoria del male serve a farcelo assumere come atto nelle possibilità di ogni essere umano – e quindi anche di me stesso – e a considerarlo vincibile solo attraverso un preciso, ostinato, intelligente lavoro quotidiano fatto di pensieri e azioni radicalmente “altri”. È questo innanzitutto il compito dell’indispensabile “purificazione della memoria”: non un cinico cancellare i misfatti, non una oltraggiosa equiparazione di vittime e carnefici, ma la faticosa accettazione che l’interrogativo postoci emblematicamente da Primo Levi – “se questo è un uomo” – contiene in sé l’ancor più tragica costatazione che “questo è stato fatto da un uomo”.

A quelli che continuano a ripetere “Dov’era Dio?” – e oggi lo fanno senza aver patito nulla, per semplice vezzo letterario – io chiedo di porsi una domanda ancor più seria: “Dov’era l’uomo?”. Sì, dov’era l’umanità? Perché ha taciuto quando sapeva? Perché è stata testimone e per anni ha attenuato o cercato di nascondere quanto accaduto? La memoria è essenziale all’umanizzazione: dove regna la dimenticanza, regna la barbarie.

La memoria diventa allora il luogo dell’indispensabile discernimento, l’esercizio in cui il passato, anche se amaro, diventa nutrimento per il futuro. Discernimento ancor più cogente in un tempo come il nostro in cui si assiste all’incepparsi stesso della trasmissione – non solo di valori, ma degli eventi che tali valori hanno suscitato – all’enfasi posta sull’oggi o su un futuro concepito dagli uni come irraggiungibile miraggio e dagli altri come l’ossessivo aggrapparsi all’attimo presente. Ci si scorda delle radici, si rimuove il travaglio del passato, si rottama l’oscuro lavorio di generazioni o il tragico annientamento di popoli e così ci si priva del fondamentale strumento per discernere ciò che dell’oggi merita di avere un futuro. La memoria infatti non è la meccanica riesumazione di un evento passato che in esso ci rinchiude: al contrario, quando facciamo memoria noi richiamiamo l’evento accaduto ieri, lo invochiamo nel suo permanere oggi, lo sentiamo portatore di senso per il domani. In questa accezione la memoria apre al futuro e nel contempo attesta una fedeltà a eventi e verità, a un intrecciarsi di vicende che assume lo spessore di “storia”. Se fare memoria è questo operare un discernimento sul già avvenuto per alimentare l’attesa del non ancora realizzato, possiamo a ragione far nostre le parole intelligenti e sorprendenti del filosofo ebreo francese Marc-Alain Ouaknin, che così parafrasa il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre, cioè: Ricordati del tuo futuro!”.

(Enzo Bianchi - La Stampa 27 gennaio 2016)

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Recensione Film
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«Il Piccolo Principe» è il capolavoro dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry pubblicato 70 anni fa ed è uno dei libri più letti nel mondo.

Dopo la Bibbia, ha il secondo posto in classifica insieme a Pinocchio di Collodi.

È stato tradotto in 220 lingue e perfino in alcuni dialetti. In Italia è costantemente presente nelle classifiche dei libri più venduti.

Narra, in prima persona, “l’ incontro tra l’ autore ed il Piccolo Principe”.

Sei anni prima il pilota- geografo Antoine ebbe un incidente col suo aereo mentre sorvolava il Sahara. Al risveglio della prima nottata nel deserto, una vocina incominciò ad infastidirlo, subito si alzò di scatto per vedere chi fosse e vide un bambino. In alcuni giorni riuscì a capire che lui si faceva chiamare il Piccolo Principe e che veniva da un piccolo pianeta chiamato : Asteroide B 612.

Ben presto, quando i due presero più confidenza, il Piccolo Principe iniziò, anche, a raccontare ad Antoine il suo viaggio sino alla terra.

Lui non aveva una meta precisa, e voleva viaggiare. Per iniziare il suo viaggio, approdò su un altro piccolo pianeta dove stava un re, un re che diceva di comandare su tutto e su tutti, ma era tanto triste e solo;

sul secondo pianeta incontrò un vanitoso che cominciò a domandargli quanto per lui fosse bello quell’ uomo, ma il piccolo principe non capendo cosa se ne sarebbe fatto quell’ uomo delle sue lusinghe , se ne andò altrove;

nel terzo pianeta trovò un ubriaco a cui chiese cosa stesse facendo, e lui quindi rispose che stava bevendo alcolici per dimenticare la sua vergogna, così se ne andò via subito;

il quarto pianeta era abitato da un uomo d’ affari che contava le stelle per diventare ricco e comprare altre stelle;

sul quinto pianeta v’ era spazio solo per un lampione e l’ uomo che lo accendeva e lo spegneva ogni minuto; Sull’ ultimo pianeta visitato dal Piccolo Principe prima di arrivare sulla terra, trovò un geografo che aspettava gli avventurieri per disegnare sempre nuove carte geografiche.

Nei giorni seguenti il Piccolo Principe cominciò ad essere molto triste e un giorno…l’incontro con la volpe …

Dietro le storie di queste persone si nascondono i vizi e le virtù di ogni uomo e il passo successivo che si deve compiere per migliorarsi e stare in armonia con gli altri e con se stessi.

Quello che traspare dal libro “Il piccolo principe”, che ha segnato generazioni con il suo significato tangibile, è come gli uomini crescendo riescano a perdere il candore e il contatto con le cose importanti, non cogliendo più il senso di ciò che possiedono, che vivono e provano.

Tanti i tentivi di nettere in scena il libro ma quello di Mark Osborne è un grande sforzo di incredibile ardire poetico.

Nel film molte le libertà ma con l’obiettivo di “salvaguardare la storia originale, sia per quelli che l’avevano amato che per quelli che ancora non la conoscevano, costruendo intorno una storia più grande …”.

La storia più grande è quella di una bambina senza nome (se lui è The little Prince, lei è The little girl) nella difficile fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, sta per compiere nove anni e ha già pronto il suo regalo, un microscopio per migliorare in biologia come le annuncia la mamma settimane prima del compleanno. E’ questa mamma single ad aver pianificato tutta la sua esistenza: la sta preparando ad una vita di impegno e sacrificio per entrare nel mondo degli adulti.

L’incontro tra la ragazzina e l’aviatore, un ipotetico Saint-Exupery ormai invecchiato, ispirato allo scrittore che nella realtà è scomparso a 44 anni scompaginerà i suoi piani. E quell’aeroplanino fatto con un foglio strappato su cui è tratteggiata l’iconica immagine del Piccolo Principe, quella creata dallo stesso autore, e che dalla prima edizione del ’43 ha sempre accompagnato la pubblicazione del romanzo, permetterà alla piccola protagonista di partire per un viaggio straordinario.

Il Film , presentato a Cannes fuori concorso, arriverà in sala il prossimo Natale.

Cliccando sulla immagine dell'inizio è possibile aprire il trailer video

Di seguito una delle clip di un esperimento di Teatro-musica realizzato oltre 10 anni nel tentativo di mettere in scena il libro più bello e più letto dopo la Bibbia. www.chiesadicefalu.it

Des Hommes et des Dieux ,
premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria,è un film dove emerge la pluralità, non si fa leva su un unico credo. Lo spettatore viene portato dentro gli animi di chi vive la propria religiosità senza confini, accogliendo e amando il prossimo, senza differenze.

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Xavier Beauvois porta sul grande schermo la strage di sette monaci cistercensi di Thibirine sullo sfondo della guerra civile in Algeria nel 1996; ancora oggi non è stata fatta completa luce sulla vicenda: all’inizio l’eccidio fu rivendicato dalla Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha, il gruppo armato che mirava a rovesciare il governo, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino, nel quadro di una strategia della tensione o di un “errore”.
Di fronte allo scorrere delle immagini, e della vicenda, ragioniamo su cosa significa credere in un Dio, su cosa significa essere religiosi, su cosa vuol dire mettere la propria vita al servizio del prossimo, mossi da una vocazione; vocazione che sembra vacillare di fronte alle crudeltà della vita, ma che allo stesso tempo riporta sui giusti binari, spinge al pensiero; è solo dopo matura riflessione che si decide di continuare a camminare verso un’unica direzione. Si decide di andare avanti, di incontrare l’altro, l’apparentemente diverso, e di morire. Ci troviamo di fronte a una visione critica della spiritualità. Perché si tratta più di spiritualità che di Dio nel nel film di Beauvois; spiritualità che porta a fare delle scelte solo apparentemente incoscienti, spiritualità che porta ad essere pluralisti. Spiritualità che porta anche a morire, a morire per incontrare l’altro, in un paradosso etico. Immensamente morale. Ma qui si parla non di finta moralità, bensì di qualcosa di ben più elevato: si parla di connubio, di unione, di andare con l’altro, anche se diverso, uguale e fratello, anche nella morte, anche se ci porta al martirio. A morire è l’umanità, e allora la morte assume un carattere sacro. Torna l’ultima cena (la scena dei monaci riuniti attorno al tavolo con la colonna sonora della Morte del Cigno, tratta da Il lago dei Cigni di Cajkovskij, è davvero toccante) e tutto si fa unico: i monaci, il monastero, il villaggio, i soldati. Tutto si unisce, in un finale tragico quanto straordinario.
( di seguito il PPT con le foto originale dei martiri )
Nelle diapositive Sono stati associati, ai “sette dormienti di Efeso”, martiri cristiani murati in una grotta e che sarebbero risuscitati circa due secoli dopo. Quello che è interessante è che sono venerati sia dai cristiani che dai musulmani (ne parla il Corano).

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Il rosso e il Blu
Il tirante che trascina il film nella sua (solo apparente) esilità, è la volontà di incontrarsi che a volte salva gli esseri umani dall’apatia. In questa lotta per la sopravvivenza (mentale, ma non solo) a volte si è nobili, a volte patetici, a vote ridicoli. E il film, questi registri, li padroneggia tutti
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