Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. ( Pentecoste -Vangelo :Giov. 14,15+)
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È online il nuovo sito della Diocesi di Cefalù a cura dell’ Ufficio di Comunicazioni Sociali. In attesa del nuovo dominio il sito è consultabile al seguente indirizzo: http://www.diocesidicefalu8.flazio.com/

Omelia del nostro Vescovo Vincenzo nella Celebrazione del 150° anniversario della fondazione dell’Azione Cattolica

Siate i benvenuti carissimi fratelli e sorelle dell’Azione Cattolica qui convenuti per celebrare il 150° anniversario di fondazione della vostra Associazione.

Saluto tutti con le stesse parole di Paolo ai Tessalonicesi: “a voi, grazia e pace” (1Ts 1,1).

L’apostolo Paolo si introduce in questa sua prima lettera ai Tessalonicesi, ringraziando Dio e lodando la comunità, ma evidentemente le lodi per i suoi destinatari hanno l’implicito valore di gratitudine, di esortazione e di incoraggiamento. È quello che voglio fare anch’io in questa Eucarestia facendo festa assieme a voi per la fausta ricorrenza che celebriamo.

La prima lettera ai Tessalonicesi rivela l’impegno umano espresso dalle tre virtù teologali che fioriscono tra i credenti di Tessalonica: la fede operosa, la carità matura e la speranza costante.

Senza eccessiva forzatura mi pare di cogliere in queste parole di Paolo un’analogia con il carisma dell’Azione Cattolica. Il carisma dell’Azione Cattolica infatti è il carisma della stessa Chiesa incarnata nell’oggi e in ogni Chiesa diocesana. Paolo scrive “alla Chiesa dei Tessalonicesi”, ricordando il suo apostolato e il suo ministero e nel contempo offre alcune raccomandazioni pratiche, varie e brevi, esortando al progresso continuo e alla perfezione ben sapendo che la perfezione quaggiù rimane sempre una meta, un’ideale da raggiungere.

L’Azione Cattolica ha coltivato sempre la tensione verso la perfezione cristiana perseguendo con costanza i valori umani, sociali e cristiani e quindi: la preghiera, la formazione, il sacrificio e l’apostolato.

150 anni di storia rappresentano un lungo cammino che da Mario Fani e Giovanni Acquaderni, ha coinvolto molte generazioni.

È la storia di un popolo formato da uomini e donne di ogni età e condizione: piccoli e grandi, ragazzi e giovani, adulti e anziani che hanno provato a vivere come testimoni del Vangelo in maniera semplice ed esemplare.

Dentro questa storia ho il privilegio di rivedere e trovarci la mia famiglia: mio padre, mia madre, mio fratello e io stesso siamo cresciuti in Azione Cattolica frequentando regolarmente la Parrocchia.

Non sono pochi i testimoni di santità che hanno tracciato la strada dell’Associazione: penso a Giuseppe Toniolo, Armida Barelli, Piergiorgio Frassati, Teresio Olivelli, Vittorio Bachelet e tanti altri che nell’anonimato vissuto nel quotidiano hanno avuto il coraggio di testimoniare nei loro ambienti, nelle loro parrocchie, sul posto di lavoro, la loro fede.

Nella nostra diocesi abbiamo avuto il privilegio di apprezzare la figura di Maria David di Polizzi Generosa che si è distinta in seno all’Azione Cattolica per il suo impegno e la sua testimonianza. Da una scheda biografica risulta che sin dall’età di due anni è stata iscritta nelle fila dell’Azione Cattolica. Nel 1958 il Vescovo Cagnoni le affidò la presidenza diocesana della gioventù femminile. Maria David ha fatto quasi sempre parte del consiglio diocesano di Azione Cattolica e fu responsabile del settore adulti dell’Azione Cattolica della  parrocchia Cattedrale. Educatrice equilibrata e tenace, tra le tante virtù ricordiamo: la vivacità intellettuale, lo spessore culturale profuso in tutte le iniziative diocesane, il senso dell’amicizia fedele nella gioia e nel dolore, la capacità di riconoscere i talenti degli altri e di offrire spazio alla loro esplicazione, il senso dell’accoglienza e dell’ospitalità che dimostrava in tutte le occasioni, la profondità di vita spirituale, di fede e di preghiera. Colpita da un male che non perdona, inizia il suo calvario di sofferenza, affrontando la prova più grande della sua via con disarmante forza d’animo. Serena e silenziosa, senza mai lamentarsi trascorse il suo ultimo periodo di vita in clinica e a casa pregando e offrendo la sua sofferenza come preludio alla ricompensa finale dell’incontro con Dio.

Tanti di voi potranno ricordarla anche bene essendo deceduta nel 2006.

L’impegno associativo dell’Azione Cattolica è quello di portare avanti la pastorale della Chiesa assumendo come propria la pastorale di ogni Chiesa diocesana per raggiungere tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni.

Io non so se nella nostra diocesi l’Azione Cattolica si è sempre fatto carico di far conoscere, e prima ancora di incarnare, le indicazioni pastorali che puntualmente all’inizio di ogni anno pastorale abbiamo dato. Forse sarà necessario ripensare con un maggiore senso di diocesanità, i vostri piani di formazione, le vostre forme di apostolato abbandonando il vecchio criterio del “si è fatto sempre così”.

L’Azione Cattolica o si scommette nel rinnovare l’impegno di evangelizzazione nel territorio dove vive o ha fallito la sua missione.

Non parlo di impegno occasionale, ma di impegno come stile di vita.

La Chiesa esiste per evangelizzare e la missione della Chiesa Universale passa attraverso la Chiesa particolare a partire dalla parrocchia.

L’Azione Cattolica è chiamata ad offrire alla Chiesa diocesana un laicato maturo che serva con disponibilità i progetti pastorali di ogni luogo.

Oggi per una felice coincidenza si celebra la Giornata Missionaria Mondiale e facciamo memoria di San Giovanni Paolo II anche se liturgicamente prevale la Domenica. Questo ricordo ben si coniuga con l’Azione Cattolica perché tutti i suoi soci sono impegnati ad essere dinamicamente missionari. Giovanni Paolo II soleva ripetere ai giovani: “voi siete i primi missionari dei vostri coetanei”.

Mi sembra di poter adattare l’insegnamento di Giovanni Paolo II all’Azione Cattolica: i ragazzi evangelizzano i ragazzi, i giovani i giovani, gli adulti gli adulti e così via.

Qualunque attività o professione si impara esercitandola e così si impara ad evangelizzare evangelizzando e a pregare pregando.

Papa Francesco nel discorso ai partecipanti al Congresso del Forum Internazionale dell’Azione Cattolica tenutosi il 27 aprile u.s. ha affermato con molta decisione: “voglio un’Azione Cattolica tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, nella campagna, negli ambiti propri della vita. È in questi nuovi aeropaghi che si prendono decisioni e si costruisce la cultura”.

Non è escluso, anzi è necessario che l’Azione Cattolica sia presente anche nel mondo politico, imprenditoriale e professionale “per dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Il Vangelo di questa Domenica ci invita ad occuparci di un aspetto della vita cristiana che resta, di solito, ai margini della nostra attenzione: è l’aspetto politico.

Gesù non elabora una teoria politica, ci invita a saper discernere tra ciò che spetta a Dio e ciò che spetta agli uomini. Quello che è di Cesare, Dio non lo pretende per sé. Il monito di Cristo è inequivocabile. Da un lato ci dice che pagare le tasse è un dovere umano, civile e morale; dall’altro lato Gesù afferma con vigore l’autonomia della sfera religiosa e della più generale dignità umana che non può essere conculcata da nessun potere politico.

Il Vangelo non distoglie il credente dall’impegno sociale e politico, anzi lo chiama a una speciale responsabilità e testimonianza. Certo, non sempre è facile sapere come fondare tale impegno sul Vangelo, come raccordarlo con la fede e le tensioni di ogni giorno.

Credo che si possa affermare che regno di Cesare e Regno di Dio non si escludono a vicenda, come pensavano gli ebrei; è possibile al discepolo di Gesù operare, contemporaneamente, nell’uno e nell’altro campo, senza conflitti insanabili. Certamente tutto dev’essere ispirato ai criteri del Vangelo, al bene comune e alla giustizia sociale.

Muovendosi su queste premesse penso sia possibile per un laico non solo formato, ma soprattutto retto di mente e di cuore, tracciare la linea di condotta di impegno politico nella storia e nella vita.

La domanda rivolta a Gesù: “è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”, è una domanda-trabocchetto; lo si voleva indurre a pronunciarsi apertamente su di una scottante questione che toccava la suscettibilità religiosa di Israele e interessava i pubblici poteri. Ma il tranello era troppo sfacciato: se Gesù avesse dichiarato illecito il pagamento del tributo sarebbe stato accusato all’autorità romana; se invece si fosse pronunziato per la liceità si sarebbe inimicato i capi religiosi e il popolo. Non sapevano proprio come fare per strappargli dichiarazioni pericolose, ma Gesù sapeva come rispondere senza impelagarsi e senza compromettersi e così, con poche parole, manda in aria il piano dei farisei e scioglie il nodo ponendo il problema a un livello infinitamente più profondo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Così dicendo Gesù rivela l’esistenza di un Regno di Dio nella storia nel quale è possibile ad ognuno entrare con responsabilità e libertà riconoscendo il primato di Dio e la legittimità dello stato a cui va dato il proprio apporto per il miglioramento dell’ordine sociale.

Il cristiano nella sua libertà non si lascerà mai guidare dal capriccio o dall’interesse personale, ma dovrà sempre agire e scegliere coscienziosamente, ispirandosi ai criteri del Vangelo, adoperandosi per costruire il Regno di Dio in questo mondo. Solo così la politica potrà diventare espressione di squisita carità.

Carissimi, il gesto di carità che avete pensato per la casa di accoglienza Maria Santissima di Gibilmanna, nobilita il vostro carisma e si inserisce nell’impegno di raccontare, custodire e consegnare a un futuro già presente, la storia fatta di volti e di laici impegnati a testimoniare e a trasmettere la loro fede nel territorio.

 Ringraziandovi per quello che fate e per quello che siete auguro a tutti buona festa.

 

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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



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I giovani sono un pezzo di chiesa che manca

Era l'8 dicembre 1965, giorno di chiusura del concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri conciliari all'umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo ventidue anni e vivevo quei giorni con speranza ed entusiasmo per il futuro della Chiesa. Quel messaggio pieno di fiducia metteva in risalto come la giovinezza abbia «la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». Non solo erano riconosciute la forza e la bellezza dei giovani, ma la stessa Chiesa assumeva un nuovo atteggiamento nel suo stare nella storia e tra gli uomini e le donne del nostro tempo.
Quel messaggio ha conosciuto ricezione? Credo sia necessario distinguere due tempi successivi di ricezione e due categorie di destinatari. A cominciare da coloro che erano giovani nella stagione del Concilio. Mi pare che gran parte dei cattolici di quella generazione abbiano effettivamente recepito il mandato affidato loro dai padri conciliari e si siano sentiti investiti di una responsabilità. E abbiano anche colto le proprie potenzialità di giovani per mutare rotta, operare un "aggiornamento" e una conversione. E riformare la propria struttura di discepoli del Signore.
Ma poi c'è la ricezione del messaggio conciliare nello scorrere degli anni e nel mutare delle stagioni. E lì noi giovani di allora, forse, portiamo la responsabilità principale sulla qualità e l'efficacia della trasmissione di quel messaggio di speranza. Dobbiamo ammettere che, a oltre cinquant'anni di distanza, la vita della Chiesa registra un certo fallimento al riguardo. Nei decenni passati c'è stata un'attenzione alla cosiddetta "pastorale giovanile" mai così accentuata nella storia. Purtroppo, questa fatica non è stata sufficiente, anche perché si è continuato a pensare a un rapporto esteriore tra la Chiesa da un lato e i giovani dall'altro. Non basta ascoltare i giovani e definirli il "futuro della Chiesa" o le "sentinelle dell'avvenire". Occorre considerarli e sentirli non come una categoria teologica o come un'entità esterna, bensì come una componente della Chiesa di oggi, attori e protagonisti già ora. Occorre pensarli nel "noi" della Chiesa. E stare anche attenti quando, nel linguaggio comune, si usano locuzioni come "la Chiesa e i giovani", "la Chiesa parla ai giovani". Semmai, «i giovani sono un pezzo di Chiesa che manca», come dice don Armando Matteo.
Il documento preparatorio al Sinodo su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale chiama i giovani a «essere protagonisti» e «capaci di creare nuove opportunità», indicando così a tutta la Chiesa vie di evangelizzazione e stili di vita nuovi. Solo un ascolto reciproco, un confronto, un dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio possono innescare un processo di "inclusività" delle nuove generazioni nella Chiesa. Questa la sfida del prossimo Sinodo, non a caso preparato, per volontà di Francesco, da incontri di giovani messi in condizione di prendere la parola e di sentirsi partecipi di quella "conversione" che il Papa chiede a tutta la Chiesa. Questo ascoltarli oggi, nel loro presente, è la condizione indispensabile per passare da una pastorale "per i giovani" a una pastorale "con i giovani".
Come ama ripetere Francesco, si tratta di «iniziare dei processi», non di fare conquiste, né di «far ritornare» i giovani alla Chiesa. O di misurare la riuscita sul numero delle risposte ottenute. È tramontato il tempo di chiamare a raduno i giovani e aspettare che siano loro a venire: occorre uscire, andare dove loro sono, dove abitano, combattendo ogni tentazione di avvicinamento unilaterale e massificato. I giovani hanno sete di incontri personali, di dialoghi faccia a faccia, soprattutto in un contesto sociale dominato dal virtuale. Essi domandano di essere "riconosciuti", ciascuno nella propria individualità, ciascuno lungo il proprio cammino di ricerca di senso e di pienezza di vita. L'incontro personale è oggi decisivo per l'avventura dei giovani, i quali sentono lontani genitori, insegnanti, educatori.
Tutti constatiamo una difficoltà nell'incontro umano con l'altro, ma i giovani ne sentono urgentemente il bisogno, anche per non essere tentati dalla fuga da sé stessi. Il "complesso di Telemaco", individuato da Massimo Recalcati come chiave di interpretazione della condizione giovanile, dovrebbe essere un monito sulla necessità di accompagnare i giovani non in modo paternalistico ma camminando con loro, con la sapienza della vita già vissuta, senza imporre, ma semplicemente proponendo, grazie al discernimento che nasce dall'ascolto nei loro confronti. Ecco perché in questa forma di pastorale, oltre alla cultura dell'incontro deve emergere anche quella della gratuità. Ricordando che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (EG 14), occorre vivere ogni atteggiamento di evangelizzazione sotto il segno della gratuità, senza l'ansia di risultati misurabili in termini di aumento del numero dei giovani coinvolti, delle vocazioni suscitate o dei servizi assunti.
L'incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza dell'evangelizzatore. Non dunque l'incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, che sia portatrice di senso e promessa di vita piena. La gratuità è uno dei valori più sentiti e vissuti dai giovani: se questa non appare, i giovani diffidano. Incontro, gratuità, camminare insieme restano urgenze assolute in un nuovo paradigma di evangelizzazione nella società odierna. Ma cosa cercano i giovani? Pur in una situazione di incertezza, a livello economico, sociale, culturale familiare, i giovani cercano una vita sensata, che io amo definire una vita buona, bella e beata. Questa ricerca, sovente confusa, a volte appare paralizzata da paure e inibizioni, ma è presente nel loro cuore. È vero che la maggior parte dei giovani non vive il bisogno di Dio, ma nel loro perseguire una vita sensata, un'esistenza degna e compiuta, sono insite molte possibilità di scoprire come la fede cristiana, la persona di Gesù e il suo Vangelo siano non in contraddizione con tale desiderio, bensì un aiuto e una promessa di pienezza.
La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli "ha fatto il bene", cioè ha scelto l'amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell'altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una "bontà" che si vorrebbe ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un'attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù: il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l'amicizia, il suo rapporto con la natura... restano molto eloquenti. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine.

(Enzo Bianchi - Vita Pastorale - Aprile 2018)

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