Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. ( Pentecoste -Vangelo :Giov. 14,15+)
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È online il nuovo sito della Diocesi di Cefalù a cura dell’ Ufficio di Comunicazioni Sociali. In attesa del nuovo dominio il sito è consultabile al seguente indirizzo: http://www.diocesidicefalu8.flazio.com/

Omelia S. Messa del Crisma – Basilica Cattedrale – Giovedì santo 2017

La Messa crismale del Giovedì Santo ci riunisce ogni anno come popolo di Dio non solo per benedire gli oli in funzione dei sacramenti ma anche per celebrare il nostro sacerdozio, sia il sacerdozio comune dei fedeli, sia soprattutto il sacerdozio ordinato.

Saluto tutti affettuosamente nella gioia del Signore che ci convoca in comunione sacramentale: Vescovo e presbiteri, laici e fedeli provenienti da ogni parte della Diocesi.

Vedo con piacere tanti ragazzi che saluto con particolare attenzione.

Il nostro saluto raggiunga quanti impediti non possono lodare e ringraziare il Signore assieme a noi; raggiunga, il nostro saluto, S. E. Mons. Rosario Mazzola, i tanti sacerdoti anziani, malati, sofferenti che certamente sarebbero ben lieti di presenziare a questa santa liturgia. Penso anche a

quanti celebrano significativi anniversari di ordinazione sacerdotale come: i venticinque anni di don Francesco Casamento e don Rosario Dispenza; i cinquant’anni di don Antonio D’Angelo, di don Santino Di Gangi e di p. Giorgio Marino dei Padri Giuseppini; i sessant’anni di don Antonino

Di Sclafani; i settant’anni di don Giovanni D’Angelo e don Giovanni Glorioso.

Il nostro saluto e la nostra gratitudine raggiunga il Vescovo di Locri-Gerace, S. E. Mons. Francesco Oliva che com’è consuetudine ci ha fatto pervenire il profumo di bergamotto che useremo per la consacrazione del Sacro Crisma.

È il profumo di Cristo che deve segnare la nostra vita, accompagnare la nostra crescita perchè venga emanato attorno a noi e in ogni nostra azione.

Questa santa liturgia è accompagnata dal suono melodioso dell’antico organo del 1612 appena restaurato e restituito al culto e al lustro di questa Basilica Cattedrale.

Ufficialmente è la prima volta che ascoltiamo il suo suono.

Ho voluto dedicare a voi questa inaugurazione  riservandola al Giovedì santo e al Sacerdozio di Cristo.

Cosa devo dirvi carissimi fratelli e figli, e sopratutto a voi carissimi presbiteri che assieme a me oggi celebrate la nascita del vostro sacerdozio.

Quello che riuscirò a dire a voi varrà anche per me che come voi benedico e ringrazio il Signore per il dono del sacerdozio.

Portiamo questo grande dono in vasi di creta, siamo chiamati dunque a custodire gelosamente sia il dono, sia il vaso perchè non si rompa: bisogna imballarlo bene perché resista agli inevitabili urti del viaggio della vita e delle strade impervie e dissestate che siamo chiamati a percorrere

per svolgere il nostro ministero.

Dietro ognuno di noi e davanti a noi c’è una storia iniziata il giorno della chiamata e destinata a non

concludersi mai perchè “sacerdoti in eterno”.

Per noi la parola “fine” non ha luogo, non trova spazio, non può essere scritta. È tutta un’avventura la nostra, un’avventura senza ritorno perchè essere preti non è un “mestiere”, è un “mistero” che non può essere vissuto da soli perchè non saremmo capaci di contenerlo, è un “mistero” partecipato,  condiviso che non può conoscere chiusura o solitudine.

Quanto significativo il numero 8 della Presbyterorum Ordinis che così recita: “Tutti i presbiteri, costituiti nell’ordine del presbiterato mediante l’ordinazione, sono uniti tra di loro da un’intima fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo.

Infatti, anche se si occupano di mansioni differenti, sempre esercitano un unico ministero  sacerdotale in favore degli uomini”.

Storia, la nostra, fatta di slanci, di entusiasmi, di stanchezza, di delusioni, di peccato, di grazia, di gioie e di dolori, ma soprattutto di speranza alimentata ogni giorno dall’Eucarestia che celebriamo e dalla fede alla quale ci aggrappiamo.

“Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua” (Lc 9,23). Accogliendo questa parola ci siamo messi alla sua sequela.

 Gesù non costringe nessuno, non impone a nessuno la sequela. Soltanto nell’esercizio della libertà abbiamo scelto di andare dietro di lui e noi sappiamo che egli non ci ha ingannati, non ci ha fatto promesse fasulle, non ci ha illusi. È stato crudo con noi fino alla fine. Non ha usato mezzi termini e non ci ha promesso sconti. Chi vuole seguirlo deve rinnegare se stesso, prendere la croce e andargli dietro.

Il Signore non ci ha ingannati. Noi sapevamo tutto questo perchè ce l’ha detto lui prima che accogliessimo la sua proposta. Quel “se” equivale a “qualora”, qualora qualcuno decidesse di venire dietro di me… è un ipotetico lasciato alla libertà personale.

Una volta accettato l’invito entra in ballo la nostra coerenza, coerenza umana, parola data, parola d’uomo vero che non si nasconde dietro fraintendimenti o finzioni.

Il discepolo è uno che cammina dietro, che ricalca le orme di Gesù. Il sentiero è tracciato da lui e chi sta dietro non sa dove porta il sentiero; sa però quali sono le condizioni.

A volte noi pretendiamo di camminare avanti anziché dietro e portare il Signore dove vogliamo noi invece che lasciarci condurre da lui.

Io non lo so dove il Signore vuole portare questa

nostra Chiesa e questo nostro presbiterio. So soltanto quali sono le regole di questo gioco: devo rinnegare me stesso, prendere la croce e seguirlo.

Siamo ancora disposti ad accettare queste regole che il Signore ci propone?

Siamo ancora disposti a rinunciare a noi stessi, alle nostre fisime, ai nostri schemi, alle nostre

presunzioni, ai nostri generi letterali, ai nostri atteggiamenti irremovibili, per consegnarci totalmente a lui?

La risposta non datela a me, datela a Lui.

Il rito dell’Ordinazione sacerdotale prevede un appello, una chiamata nominativa; siamo stati chiamati per nome e prontamente abbiamo risposto: “eccomi!”.

Quell’“eccomi” ha significato consegna definitiva ed è memoriale di tutti gli “eccomi” che abbiamo pronunciato fino ad oggi e nello stesso tempo contiene tutti gli eccomi che ancora dovremo dire. Finchè vivremo ripeteremo ogni giorno nella fedeltà quella parola così piccola, così breve, ma che resta la consegna della nostra vita.

In un mondo che cambia velocemente sotto i nostri occhi, solo gli impegni presi con Dio non possono mutare.

Chi crede nei veri valori sa che ci sono valori non negoziabili, e la fedeltà agli impegni assunti rientra certamente tra questi.

San Paolo nella lettera ai Romani (13,11-12) ci offre un prezioso suggerimento che suona anche come avvertimento: “la notte è avanzata, il giorno è vicino.

Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”. Le armi della luce le intendo come le qualità necessarie per portare avanti il nostro compito pastorale che non è quello di fare proselitismo e neppure quello di svelare il mistero, ma è l’impegno della santità.

La salvezza non è programmabile con i piani pastorali o con i progetti di vicariato. Noi possiamo programmare la formazione, il culto, gli incontri, le assemblee, le analisi, le verifiche, ma non ci è dato di programmare l’incontro di Dio con il cuore dell’uomo.

La storia della salvezza oggi si costruisce con la preghiera e la santità della vita, con le armi della luce e la forza della Parola di Dio.

Le nostre liturgie siano sobrie e decorose, non spettacolo. “La liturgia non è uno show”, diceva il

Cardinale Ratzinger. A volte si ha l’impressione di assistere ad una sorta di intrattenimento religioso dove non si riesce a cogliere il confine tra la spettacolarizzazione e il mistero che si celebra.

I nostri fedeli hanno diritto di pretendere da noi un servizio sacerdotale che li aiuti a compiere il cammino della perfezione cristiana con il riverbero della nostra testimonianza e con la nostra santità di vita.

La pastorale è un’arte che non si inventa alla giornata, con il “fai da te” improvvisando per la circostanza.

Ci vuole metodo, competenza, equilibrio, intuizione, passione, gioco di squadra.

Nelle ultime indicazioni pastorali di quest’anno in corso abbiamo insistito sulla necessità di una integrazione e collaborazione tra presbiteri e fedeli laici. Da soli non si va da nessuna parte.

Concludendo ho la gioia di rivolgervi due inviti significativi: il primo riguarda la concelebrazione del 28 aprile alle ore 17,30 a ricordo del 750° anniversario della dedicazione della nostra Cattedrale. Vorrei che questo evento fosse vissuto come un vero e proprio “pellegrinaggio diocesano” alla nostra Basilica Cattedrale.

Vorrei che si giungesse in cattedrale come pellegrini che cercano il volto del Signore per gustare la dolcezza del nostro Pantocratore.

Il secondo invito riguarda l’Ordinazione diaconale di due nostri seminaristi, Paolo Cassaniti e Gioacchino Notaro, il prossimo 30 maggio alle ore 18 in Cattedrale.

Se poi vi fa piacere partecipare alla Santa Messa che io celebrerò qui in Cattedrale il 29 giugno, alle ore 18, per ringraziare il Signore in occasione del mio 50° anniversario di Ordinazione sacerdotale, sarò felice di vedervi e di essere sostenuto dalla vostra preghiera. Siete, pertanto, tutti

invitati.

Mi è gradito, inoltre, a conclusione di questa celebrazione, consegnare ai presbiteri e ai diaconi gli atti del convegno “Ordinati al Presbiterio per una Chiesa in uscita”, tenutosi a Cefalù nel 2016, accompagnati da una lettera dei Vescovi Siciliani.

Anticipandovi i migliori auguri per una Santa Pasqua, affidiamo a Maria Santissima di Gibilmanna, la nostra Chiesa, il nostro impegno, e La preghiamo di intercedere presso il suo Figlio Gesù perchè ci mandi molti e santi sacerdoti.

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Ingresso Vesc Giuseppe
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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



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I giovani sono un pezzo di chiesa che manca

Era l'8 dicembre 1965, giorno di chiusura del concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri conciliari all'umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo ventidue anni e vivevo quei giorni con speranza ed entusiasmo per il futuro della Chiesa. Quel messaggio pieno di fiducia metteva in risalto come la giovinezza abbia «la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». Non solo erano riconosciute la forza e la bellezza dei giovani, ma la stessa Chiesa assumeva un nuovo atteggiamento nel suo stare nella storia e tra gli uomini e le donne del nostro tempo.
Quel messaggio ha conosciuto ricezione? Credo sia necessario distinguere due tempi successivi di ricezione e due categorie di destinatari. A cominciare da coloro che erano giovani nella stagione del Concilio. Mi pare che gran parte dei cattolici di quella generazione abbiano effettivamente recepito il mandato affidato loro dai padri conciliari e si siano sentiti investiti di una responsabilità. E abbiano anche colto le proprie potenzialità di giovani per mutare rotta, operare un "aggiornamento" e una conversione. E riformare la propria struttura di discepoli del Signore.
Ma poi c'è la ricezione del messaggio conciliare nello scorrere degli anni e nel mutare delle stagioni. E lì noi giovani di allora, forse, portiamo la responsabilità principale sulla qualità e l'efficacia della trasmissione di quel messaggio di speranza. Dobbiamo ammettere che, a oltre cinquant'anni di distanza, la vita della Chiesa registra un certo fallimento al riguardo. Nei decenni passati c'è stata un'attenzione alla cosiddetta "pastorale giovanile" mai così accentuata nella storia. Purtroppo, questa fatica non è stata sufficiente, anche perché si è continuato a pensare a un rapporto esteriore tra la Chiesa da un lato e i giovani dall'altro. Non basta ascoltare i giovani e definirli il "futuro della Chiesa" o le "sentinelle dell'avvenire". Occorre considerarli e sentirli non come una categoria teologica o come un'entità esterna, bensì come una componente della Chiesa di oggi, attori e protagonisti già ora. Occorre pensarli nel "noi" della Chiesa. E stare anche attenti quando, nel linguaggio comune, si usano locuzioni come "la Chiesa e i giovani", "la Chiesa parla ai giovani". Semmai, «i giovani sono un pezzo di Chiesa che manca», come dice don Armando Matteo.
Il documento preparatorio al Sinodo su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale chiama i giovani a «essere protagonisti» e «capaci di creare nuove opportunità», indicando così a tutta la Chiesa vie di evangelizzazione e stili di vita nuovi. Solo un ascolto reciproco, un confronto, un dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio possono innescare un processo di "inclusività" delle nuove generazioni nella Chiesa. Questa la sfida del prossimo Sinodo, non a caso preparato, per volontà di Francesco, da incontri di giovani messi in condizione di prendere la parola e di sentirsi partecipi di quella "conversione" che il Papa chiede a tutta la Chiesa. Questo ascoltarli oggi, nel loro presente, è la condizione indispensabile per passare da una pastorale "per i giovani" a una pastorale "con i giovani".
Come ama ripetere Francesco, si tratta di «iniziare dei processi», non di fare conquiste, né di «far ritornare» i giovani alla Chiesa. O di misurare la riuscita sul numero delle risposte ottenute. È tramontato il tempo di chiamare a raduno i giovani e aspettare che siano loro a venire: occorre uscire, andare dove loro sono, dove abitano, combattendo ogni tentazione di avvicinamento unilaterale e massificato. I giovani hanno sete di incontri personali, di dialoghi faccia a faccia, soprattutto in un contesto sociale dominato dal virtuale. Essi domandano di essere "riconosciuti", ciascuno nella propria individualità, ciascuno lungo il proprio cammino di ricerca di senso e di pienezza di vita. L'incontro personale è oggi decisivo per l'avventura dei giovani, i quali sentono lontani genitori, insegnanti, educatori.
Tutti constatiamo una difficoltà nell'incontro umano con l'altro, ma i giovani ne sentono urgentemente il bisogno, anche per non essere tentati dalla fuga da sé stessi. Il "complesso di Telemaco", individuato da Massimo Recalcati come chiave di interpretazione della condizione giovanile, dovrebbe essere un monito sulla necessità di accompagnare i giovani non in modo paternalistico ma camminando con loro, con la sapienza della vita già vissuta, senza imporre, ma semplicemente proponendo, grazie al discernimento che nasce dall'ascolto nei loro confronti. Ecco perché in questa forma di pastorale, oltre alla cultura dell'incontro deve emergere anche quella della gratuità. Ricordando che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (EG 14), occorre vivere ogni atteggiamento di evangelizzazione sotto il segno della gratuità, senza l'ansia di risultati misurabili in termini di aumento del numero dei giovani coinvolti, delle vocazioni suscitate o dei servizi assunti.
L'incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza dell'evangelizzatore. Non dunque l'incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, che sia portatrice di senso e promessa di vita piena. La gratuità è uno dei valori più sentiti e vissuti dai giovani: se questa non appare, i giovani diffidano. Incontro, gratuità, camminare insieme restano urgenze assolute in un nuovo paradigma di evangelizzazione nella società odierna. Ma cosa cercano i giovani? Pur in una situazione di incertezza, a livello economico, sociale, culturale familiare, i giovani cercano una vita sensata, che io amo definire una vita buona, bella e beata. Questa ricerca, sovente confusa, a volte appare paralizzata da paure e inibizioni, ma è presente nel loro cuore. È vero che la maggior parte dei giovani non vive il bisogno di Dio, ma nel loro perseguire una vita sensata, un'esistenza degna e compiuta, sono insite molte possibilità di scoprire come la fede cristiana, la persona di Gesù e il suo Vangelo siano non in contraddizione con tale desiderio, bensì un aiuto e una promessa di pienezza.
La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli "ha fatto il bene", cioè ha scelto l'amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell'altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una "bontà" che si vorrebbe ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un'attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù: il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l'amicizia, il suo rapporto con la natura... restano molto eloquenti. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine.

(Enzo Bianchi - Vita Pastorale - Aprile 2018)

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