Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. ( Pentecoste -Vangelo :Giov. 14,15+)
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OMELIA CHIUSURA PORTA SANTA GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA – Basilica Cattedrale, 12 novembre 2016

Manzella storyA conclusione di quest’anno Giubilare vogliamo ripetere con rinnovata esultanza l’antica parola della gratitudine: “celebrate it Signore perché è buono, eterna e la sua misericordia” (Sal 118 [117],1).

Questo inno di gratitudine è stato già innalzato al Signore domenica scorsa, 6 novembre, sia a Gangi nel Santuario dello Spirito Santo, sia a Gibilmanna. Mentre Papa Francesco lo innalzerà per la Chiesa universale il 20 Novembre prossimo in San Pietro.

Chi può misurare l’evento di grazia che nel corso dell’anno ha toccato le coscienze?

L’amore misericordioso del Padre che ci è stato donato ci ha concesso un nuovo slancio per proseguire con più speditezza i1 cammino della perfezione cristiana.

In tutte le Chiese locali, il popolo di Dio, è passato attraverso la “Porta Santa” che è Cristo. A lui, unico Salvatore del mondo, la Chiesa intera ha gridato: “Signore Gesù abbia pietà di noi, mostraci il tuo volto e usaci misericordia”.

Non possiamo sottrarci al dovere della gratitudine per le meraviglie che Dio ha compiuto in noi. “Misericordias Domini in aeternum cantabo” (Sal 89 [88],2).

Sento di condividere con voi questo inno di ringraziamento che ci proietta verso il futuro e ci interpella in quanto siamo tenuti a far tesoro della grazia ricevuta traducendola in impegno di vita e in propositi concreti nel vivere le opere di misericordia corporali e spirituali.

È soprattutto nella concretezza della vita di ogni giorno che il popolo santo di Dio è chiamato a compiere il cammino della riconciliazione e della misericordia ricevuta e donata.

L’esperienza dell’anno giubilare ci ha fatto toccare quasi con mano la presenza misericordiosa di Dio, dal quale “discende ogni dono perfetto” (Gc 1,17).

Le esperienze vissute devono suscitare in noi un nuovo dinamismo spingendoci a perseverare nella via del Signore.

“Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il Regno di Dio” (Lc 9, 62). Non c’e tempo per guardare indietro, siamo chiamati a perseverare in Cristo e con Cristo perché solo in questa perseveranza salveremo la nostra vita. Ce l’ha detto chiaramente Gesù nel Vangelo or ora proclamato: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Lc 21,19).

La perseveranza comporta l’accettazione della fatica quotidiana, l’adesione piena al messaggio del Vangelo e l’esclusione categorica dei falsi profeti che gridano: “sono io!”, e predicono con presunzione la fine del mondo. Non lasciatevi ingannare, non andate dietro a loro: cosi ci ammonisce Gesù.

Al tramonto della storia quel che conterà sarà l’aver combattuto la buona  battaglia, l’aver perseverato nella fede ma soprattutto averla conservata.

Solo Dio conosce il momento e l’ora, solo lui e l’arbitro supremo della storia. La tensione escatologica che caratterizza la Parola di Dio di questa liturgia non può essere vissuta come agitazione apocalittica, ma va intesa come uno squillo di tromba che squarcia l’indifferenza e la sonnolenza di una vita troppo grigia e pacifica.  Per il salmista la venuta del Signore sarà una festa in cui si darà voce a tutto il creato: i fiumi batteranno le mani e le montagne esulteranno insieme davanti al Signore che viene a giudicare la terra con giustizia e con rettitudine.

Il nostro destino e in mano a Dio e alla nostra liberta. È da sciocchi affidarsi all’astrologia, a chiromanzie, a parapsicologia, a pseudo scienze varie per indovinare futuro dell’uomo. Il nostro futuro e già presente in Cristo e nel suo messaggio di salvezza.

Il presente, insegna Gesù nel Vangelo di oggi, è spesso segnato da oscurità e prove, da drammi e tormenti, terremoti, alluvioni, naufragi e carestie; la storia è un affastellarsi caotico di eventi; la vicenda umana spesso una trama di dolore e di dati assurdi.

In questo faticoso itinerario è necessario conservare la virtù della perseveranza. “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” (Lc 21,12).

L’apostolo Giovanni nell’Apocalisse, all’angelo della Chiesa di Smirne cosi scrive: “sii perseverante fino alla morte e ti darò la corona della vita” (2,10).

Potremmo chiederci: ma oltre a perseverare cosa dobbiamo fare? Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo pur conoscendo le grandi sfide del nostro tempo. Siamo consapevoli di non avere ricette in tasca. Abbiamo solo una parola certa: “Io sono con voi! E sarò con voi fino alla fine dei secoli” (Cfr. Mt 28,20).

Anche San Giovanni Paolo II a conclusione del grande Giubileo del duemila si pose la stessa domanda… e ora “che cosa dobbiamo fare?”, non si tratta di inventare un “nuovo programma”, il programma c’e già: è quello di sempre. Esso si incentra in Cristo stesso, da conoscere, amare servire e imitare. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture perché Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre (Eb 13,8).

 C’e una priorità pastorale che coinvolge tutti. La prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quello della santità.

Additare la santità resta più che mai la prima urgenza della pastorale. Non possiamo accontentarci di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica ridotta ai minimi termini. Non possiamo contentarci di una religiosità superficiale che lascia il tempo che trova. Ci viene proposta ancora una volta la “misura alta” della vita cristiana ordinaria fatta di preghiera e di  accettazione quotidiana della volontà di Dio nella nostra vita.

Non è stato forse questo il senso ultimo dell’indulgenza giubilare, quale grazia speciale offerta da Cristo perchè la vita di ciascun battezzato potesse purificarsi e rinnovarsi profondamente?

Ci siamo riusciti in questo intento?

 E lo stesso Giubileo ci è riuscito?

Ancora una volta affidiamo tutto alla misericordia di Dio.

È prassi consolidata che a conclusione di ogni Giubileo le comunità cristiane e soprattutto le Chiese locali, vengano invitate a lasciare un segno concreto, un’ opera come frutto e sigillo della carità giubilare.

Oltre ad avere già istituito il servizio diocesano per l’accoglienza e l’accompagnamento dei fedeli nelle loro fragilità matrimoniali nell’ambito della pastorale familiare e l’istituzione della Scuola Teologica di Base, ci è sembrato

opportuno lasciare un segno concreto di carità e di promozione umana attenzionando le molteplici necessità in cui versa la Casa di Riposo “S. Pasquale”, l’unica casa di riposo in Cefalù.

Tra le diverse cose che abbiamo già realizzato per aiutare l’Ente a rispondere ai parametri richiesti dalle norme vigenti, ci è sembrato utile, dopo avere sentito il Commissario attuale, collaborare all’adeguamento della struttura bisognosa tra l’altro, del rifacimento delle aperture interne alle quali abbiamo già provveduto con l’acquisto delle porte per garantire la sopravvivenza della stessa struttura.

Pur nella consapevolezza che le opere realizzate sono solo un piccolo segno a ricordo del Giubileo della Misericordia, ci auguriamo che possa contribuire a far crescere l’attenzione verso tanti nostri fratelli bisognosi.

Un altro segno che ci sembra quanto mai attuale riguarda l’attenzione alle popolazioni colpite dagli ultimi eventi sismici che hanno interessato 1’Italia centrale.

Tra tanta solidarietà c’e stata anche la vostra che avete dimostrato con il contribuito di circa 30.000 Euro raccolto in Diocesi.

Questa somma sarà integrata dalla Diocesi per un totale di 50.000 euro che consegneremo per un intervento specifico ad una delle Caritas di uno dei territori provati.

In questo contesto mi permetto di rivolgervi un accorato appello che spero tanto possa essere raccolto.

Proprio perche parliamo di stile di vita da assumere, si proceda, da domani a studiare, programmare e costituire operativamente le Caritas interparrocchiali o cittadine.

I poveri e i bisognosi appartengono a tutti.

Per dirla, con Papa Francesco, sono il tesoro della Chiesa come l’Eucaristia.

Lavorare insieme per l’unica causa, non solo snellisce e facilita gli interventi, ma rende più efficacie la stessa azione pastorale.

A voi carissimi Confrati chiedo di riscoprire il vostro carisma originario quasi sempre fondato sulle opere di misericordia corporali e spirituali.

Chiude il Giubileo ma non cessa la Misericordia, né le sue opere. Ciò che resta è  il seme sparso più che la mietitura. Se raccoglieremo frutti, molto dipenderà dal cammino da proseguire, da come la lezione della Misericordia cambierà la nostra vita, la vita delle nostre Comunità parrocchiali, delle nostre Associazioni, Gruppi, Movimenti e dalle nostre Confraternite che non sono poche.

Si tratta dunque di acquisire uno stile di vita che risponda continuamente e quotidianamente alle esigenze della nostra gente e del nostro territorio, andando oltre, allo stesso anno celebrativo del Giubileo.

Carissimi, il simbolo della Porta Santa si chiude alle nostre spalle ma resta spalancata più che mai la porta viva che e Cristo. Mentre si conclude l’ anno Giubilare si apre un futuro di speranza. Andiamo avanti, dunque, con fiducia.

Maria SS. di Gibilmanna, Madre di Misericordia, Patrona della nostra Diocesi, sostenga questa nostra speranza e ci insegni a contemplare il volto del suo Figlio 

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Ingresso Vesc Giuseppe
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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



In evidenza da Mensili






I giovani sono un pezzo di chiesa che manca

Era l'8 dicembre 1965, giorno di chiusura del concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri conciliari all'umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo ventidue anni e vivevo quei giorni con speranza ed entusiasmo per il futuro della Chiesa. Quel messaggio pieno di fiducia metteva in risalto come la giovinezza abbia «la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». Non solo erano riconosciute la forza e la bellezza dei giovani, ma la stessa Chiesa assumeva un nuovo atteggiamento nel suo stare nella storia e tra gli uomini e le donne del nostro tempo.
Quel messaggio ha conosciuto ricezione? Credo sia necessario distinguere due tempi successivi di ricezione e due categorie di destinatari. A cominciare da coloro che erano giovani nella stagione del Concilio. Mi pare che gran parte dei cattolici di quella generazione abbiano effettivamente recepito il mandato affidato loro dai padri conciliari e si siano sentiti investiti di una responsabilità. E abbiano anche colto le proprie potenzialità di giovani per mutare rotta, operare un "aggiornamento" e una conversione. E riformare la propria struttura di discepoli del Signore.
Ma poi c'è la ricezione del messaggio conciliare nello scorrere degli anni e nel mutare delle stagioni. E lì noi giovani di allora, forse, portiamo la responsabilità principale sulla qualità e l'efficacia della trasmissione di quel messaggio di speranza. Dobbiamo ammettere che, a oltre cinquant'anni di distanza, la vita della Chiesa registra un certo fallimento al riguardo. Nei decenni passati c'è stata un'attenzione alla cosiddetta "pastorale giovanile" mai così accentuata nella storia. Purtroppo, questa fatica non è stata sufficiente, anche perché si è continuato a pensare a un rapporto esteriore tra la Chiesa da un lato e i giovani dall'altro. Non basta ascoltare i giovani e definirli il "futuro della Chiesa" o le "sentinelle dell'avvenire". Occorre considerarli e sentirli non come una categoria teologica o come un'entità esterna, bensì come una componente della Chiesa di oggi, attori e protagonisti già ora. Occorre pensarli nel "noi" della Chiesa. E stare anche attenti quando, nel linguaggio comune, si usano locuzioni come "la Chiesa e i giovani", "la Chiesa parla ai giovani". Semmai, «i giovani sono un pezzo di Chiesa che manca», come dice don Armando Matteo.
Il documento preparatorio al Sinodo su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale chiama i giovani a «essere protagonisti» e «capaci di creare nuove opportunità», indicando così a tutta la Chiesa vie di evangelizzazione e stili di vita nuovi. Solo un ascolto reciproco, un confronto, un dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio possono innescare un processo di "inclusività" delle nuove generazioni nella Chiesa. Questa la sfida del prossimo Sinodo, non a caso preparato, per volontà di Francesco, da incontri di giovani messi in condizione di prendere la parola e di sentirsi partecipi di quella "conversione" che il Papa chiede a tutta la Chiesa. Questo ascoltarli oggi, nel loro presente, è la condizione indispensabile per passare da una pastorale "per i giovani" a una pastorale "con i giovani".
Come ama ripetere Francesco, si tratta di «iniziare dei processi», non di fare conquiste, né di «far ritornare» i giovani alla Chiesa. O di misurare la riuscita sul numero delle risposte ottenute. È tramontato il tempo di chiamare a raduno i giovani e aspettare che siano loro a venire: occorre uscire, andare dove loro sono, dove abitano, combattendo ogni tentazione di avvicinamento unilaterale e massificato. I giovani hanno sete di incontri personali, di dialoghi faccia a faccia, soprattutto in un contesto sociale dominato dal virtuale. Essi domandano di essere "riconosciuti", ciascuno nella propria individualità, ciascuno lungo il proprio cammino di ricerca di senso e di pienezza di vita. L'incontro personale è oggi decisivo per l'avventura dei giovani, i quali sentono lontani genitori, insegnanti, educatori.
Tutti constatiamo una difficoltà nell'incontro umano con l'altro, ma i giovani ne sentono urgentemente il bisogno, anche per non essere tentati dalla fuga da sé stessi. Il "complesso di Telemaco", individuato da Massimo Recalcati come chiave di interpretazione della condizione giovanile, dovrebbe essere un monito sulla necessità di accompagnare i giovani non in modo paternalistico ma camminando con loro, con la sapienza della vita già vissuta, senza imporre, ma semplicemente proponendo, grazie al discernimento che nasce dall'ascolto nei loro confronti. Ecco perché in questa forma di pastorale, oltre alla cultura dell'incontro deve emergere anche quella della gratuità. Ricordando che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (EG 14), occorre vivere ogni atteggiamento di evangelizzazione sotto il segno della gratuità, senza l'ansia di risultati misurabili in termini di aumento del numero dei giovani coinvolti, delle vocazioni suscitate o dei servizi assunti.
L'incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza dell'evangelizzatore. Non dunque l'incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, che sia portatrice di senso e promessa di vita piena. La gratuità è uno dei valori più sentiti e vissuti dai giovani: se questa non appare, i giovani diffidano. Incontro, gratuità, camminare insieme restano urgenze assolute in un nuovo paradigma di evangelizzazione nella società odierna. Ma cosa cercano i giovani? Pur in una situazione di incertezza, a livello economico, sociale, culturale familiare, i giovani cercano una vita sensata, che io amo definire una vita buona, bella e beata. Questa ricerca, sovente confusa, a volte appare paralizzata da paure e inibizioni, ma è presente nel loro cuore. È vero che la maggior parte dei giovani non vive il bisogno di Dio, ma nel loro perseguire una vita sensata, un'esistenza degna e compiuta, sono insite molte possibilità di scoprire come la fede cristiana, la persona di Gesù e il suo Vangelo siano non in contraddizione con tale desiderio, bensì un aiuto e una promessa di pienezza.
La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli "ha fatto il bene", cioè ha scelto l'amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell'altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una "bontà" che si vorrebbe ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un'attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù: il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l'amicizia, il suo rapporto con la natura... restano molto eloquenti. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine.

(Enzo Bianchi - Vita Pastorale - Aprile 2018)

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