Di te dice il mio cuore: “Cercate il suo volto”. Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto. [II Dom di Quaresima. (B) Antifona all'ingresso ( Salmo 27,8-9)]
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Inaugurazione " SCUOLA TEOLOGICA DI BASE" Anno Accademico 2017-2018

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Amoris Laetitia


L' esortazione apostolica post sinodale amoris laetitia del santo padre francesco ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi alle persone consacrate agli sposi cristiani e a tutti i fedeli laici sull’ amore nella famiglia.

Per l'ufficio diocesano per la pastorale della famiglia Maria e Martin Milone Don Domenico Sausa


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In edicola " la necessità urgente di parlare"
Carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti


Il carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti si snoda per oltre quarant’anni – dai primi anni ’50 a metà degli anni ’90 del Novecento – e testimonia l’evolversi del rapporto tra l’inquieto e profondo sacerdote pisano e uno dei protagonisti più originali della vita politica, istituzionale e religiosa del Novecento italiano. Dalle lettere emergono i problemi che attraversano le loro vite, la storia del paese e le vicende della Chiesa italiana: domande sull’autenticità e sulla fedeltà alle proprie scelte, sulle difficoltà di relazione con la Chiesa degli anni ’50, sui possibili modi di essere cristiani nel tempo e nella storia, sui profondi bisogni di rinnovamento e di riforma ecclesiale. Spesso il discorso si allarga alla ricca trama di contatti e avvenimenti in cui si inserisce il loro rapporto: la vita politica nazionale da cui Dossetti è uscito, lasciando una complessa e discussa eredità; la vivacissima Firenze degli anni ’50 e ’60, con Giorgio La Pira e molti altri; la vita locale, politica ed ecclesiale di Bologna. Anche i grandi fatti della storia internazionale sono presenti: la guerra del Vietnam, la tensione tra i due blocchi, occidentale e sovietico, le questioni mediorientali e il conflitto israelo-palestinese. Le lettere rappresentano così il racconto di due vite, attraverso cui rileggere alcune delle questioni cruciali della fede cristiana e della società italiana del secolo scorso. Questioni che, a ben vedere, giungono fino ai nostri giorni.

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Comunicato Stampa

I comunicati stampa precedenti si possono trovare nel sottomenu " Comunicati Stampa" del Menu "Vescovo"
“Poesie” in evidenza





Non mi vestite di nero: / è triste e funebre. Non mi vestite di bianco: / è superbo e retorico. Vestitemi / a fiori gialli e rossi / e con ali di uccelli. E tu, Signore, guarda le mie mani. Forse c’è una corona. Forse / ci hanno messo una croce. Hanno sbagliato. In mano ho foglie verdi / e sulla croce, / la tua resurrezione. E, sulla tomba, / non mi mettete marmo freddo con sopra le solite bugie / che consolano i vivi. Lasciate solo la terra / che scriva, a primavera, / un’epigrafe d’erba. E dirà / che ho vissuto, / che attendo. E scriverà il mio nome e il tuo, uniti come due bocche di papaveri .

(A. Zarrii)
La chiesa nei primi secoli
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Massimo Cacciari, Enzo Bianchi, a " Che tempo che fa" - Intervista " particolare" a Mons. Bettazzi sul concilio Vaticano II
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Hans Küng a " Che tempo che fa" YouTube YouTube

Incontro, a Collesano, con i Testimoni del Concilio Ecumenico Vaticano II

Locandina-Convegno-Bettazzi mNel pomeriggio del 26 Gennaio l’atteso incontro, a Collesano, nella basilica di San Pietro, con i Testimoni del concilio.

  Dopo la preghiera iniziale sono intervenuti Mons. Luigi Bettazzi, uno dei pochissimi Padri Conciliari viventi, Vescovo emerito della Diocesi di Ivrea ,  Suor Cecilia Impera della Piccola Famiglia dell’Annunziata di Don Giuseppe Dossetti e la Sig.na Santina Raimondi della Comunità Parrocchiale di Collesano.

Non ha potuto partecipare il nostro Vescovo, Mons. Vincenzo Manzella.

Moderatore il Parroco Don Franco Mogavero .

Abbiamo seguito con attenzione i vari interventi.

bettazziMons. Bettazzi , col colore aneddotico che lo distingue,  ha spiegato come in tutti i concili ( venti ) i documenti più importanti sono  le costituzioni che nel Vaticano II sono: Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum, Lumen Gentium, Gaudium et Spes.

Le dichiarazioni invece sono su punti speciali ( come la libertà religiosa, etc … )

Ha sottolineato come le quattro costituzioni ci fanno capire l’importanza di un concilio “ pastorale” ,  cioè di un coinvolgimento della gente.

Poi tra le cose che ha detto “ Quando noi moriamo … andiamo nell’eternità pensando  che l’eternità è un tempo che non finisce più   … ma l’eternità è fuori dal tempo … noi entriamo nell’eternità – attraverso la morte che è il momento più importante della vita – allo stesso modo in cui c’è entrato Gesù quando ha detto “ Padre  nelle tue mani consegno la mia vita  … Padre Perdona loro “ ..Noi andiamo per unirci a Gesù che è già nel Padre . “

  Tra gli aneddoti raccontati quello del peccato di Adamo, per dirci che  un pò di Adamo ce l’abbiamo tutti quando pensiamo che “ Io sono così importante che … faccio di testa mia “.

Si deve cominciare ad amare gli altri, anche quelli che contano poco.

Poi, continuando sula pastoralità del concilio, la “ distribuzione “ a  tutto il popolo di Dio della Parola

“Se volete capire l’inglese studiate la lingua con cui gli inglesi parlano  … studiate allora la lingua con cui il Signore parla agli uomini e ci fa suoi familiari”

La Chiesa è il popolo di Dio.

Ogni Cristiano è unito a Gesù Cristo per il battesimo e in forza del sacerdozio santifica il mondo in cui vive.  Noi preti dovremmo fare il Culto non per fare spettacoli ma per aiutare la gente a vivere il proprio sacerdozio

Ognuno di noi poi è profeta per far vedere come Dio vuole che si viva la vita.

Ed è pure RE. E il Re è colui che mette insieme per portare unità e pace nella famiglia, nel lavoro, nella società etc..

Noi come Gerarchia , come ministero abbiamo il servizio del popolo di Dio. Tutto questo ci comporta un po’ di fatica perché per molto tempo abbiamo comandato noi preti .. abbiamo delle responsabilità !!

La chiesa nel mondo : il mondo non vuole guerra ma la pace e Giovanni XXIII si è fatto strumento di pace nelle tensioni mondiali che alimentavano venti di guerra.

La salvezza è per tutti … Se uno crede è Salvo per Gesù Cristo. Per troppo tempo i cattolici hanno pensato che nel Paradiso ci fosse posto solo per loro; ma il Paradiso è per tutti.

 

religiosi_-_suor_cecilia_impera_imagelargeNell’intervento di Suor Cecilia  la presenza di due grandi protagonisti del concilio : quella del Cardinale Giacomo Lercaro e di Don Giuseppe Dossetti, di quest’ultimo ci ha regalato qualche sprazzo di ” confidenze ” tra lo stesso Don Giuseppe e la Comunità di Monteveglio con la quale, Don Giuseppe, che ha vissuto con intensità  il tempo del Concilio, condivideva gioie ed amarezze dei lavori conciliari  negli intervalli liberi .

   Quasi tutto il suo intervento è stato un richiamo al lavoro svolto dal gruppo conciliare della Chiesa dei poveri che si riuniva al Collegio Belga.

Su questo sito noi ne abbiamo fatto memoria e per chi volesse può trovare molta documentazione su questo gruppo di lavoro al seguente link:  La Chiesa dei poveri

Di seguito l’intervento di Suor Cecilia che è stato delicato ma forte nello stesso tempo.

La chiesa preconciliare era ferma al Concilio di Trento. Non era preparata ad accogliere l’emergere del mondo Islamico, la crisi vocazionale, i problemi della famiglia .

Ogni Vescovo era chiuso nel proprio particolare della propria Diocesi.

Uno dei temi portati avanti  dal Card. Lercaro  è stato quello di  Chiesa e Povertà.11_lercaro

La Chiesa col concilio è il popolo e cammina con il popolo verso la meta finale, quindi non è sopra il popolo, che è un popolo sacerdotale, parte dell’offerta sacrificale di Gesù. Tutto questo ancora non si è attuato, ma si è iniziato il cammino.

Mons. Lercaro diceva che “ questa è l’ora dei poveri. L’ultimo mistero della Chiesa è il mistero di Cristo nei poveri.”

Ma qual è il destino dei poveri ?

La Chiesa, fino al Concilio, non se n’era presa cura. E i poveri non sono da collegarsi solo alla fame, ma al disprezzo, al rifiuto da parte della società. Nessuno li ha mai ascoltati, nemmeno la Chiesa che non aveva capito che i poveri sono i figli prediletti , che anche essa doveva farsi povera !

Tra la Chiesa e i poveri c’era una voragine.

giuseppe-dossettiDossetti su questo tema aveva contattato i vescovi di tutti i paesi poveri che accolsero con entusiasmo  e speranza quanto portato avanti da Mons. Lercaro e Dossetti. Ormai nel concilio non erano solo comparsa, ma protagonisti: erano loro la chiesa dei poveri !

Nelle confidenze di Dosseti a Monteveglio ci raccontava: “ Ho raccolto sul problema della povertà il consenso di tutti i vescovi dei paesi poveri e di un solo vescovo dell’occidente, il card. Pierre Paul-Marie Gerlier”

Ma la Chiesa non era pronta e il problema della povertà non venne accolto.

L’idea comunque è rimasta ed ha camminato fuori dal concilio, soprattutto nell’Episcopato Latino-Americano : qui i vescovi si sono impegnati a vivere nella povertà.

La Chiesa deve presentarsi  continuatrice dell’opera di  Cristo che da ricco si è fatto povero.

Una chiesa ricca non è credibile, né viene ascoltata dai poveri. 

Nella III Conferenza dei Vescovi Latino-Americani viene ribadito che la Chiesa  deve seguire il Suo Maestro.

Collegato con i poveri c’è il problema della Giustizia che è aspetto centrale dell’annuncio evangelico.

Abolire la povertà è un problema globale.  Per salvare i poveri bisogna che si compia la giustizia, che si abolisca il divario tra ricchi e poveri.

Tutto questo in america latina ha generato conflittualità col potere politico che opprimeva i poveri aprendo la strada al martirio ( MOns. Romero ).

Quando la Chiesa diventa povera è pronta per il martirio per la difesa dei poveri.

Nell’Assemblea Ecumenica Mondiale del 1990 si concludeva:

“ I poveri sono gli sfruttati, gli oppressi, i disprezzati, gli umiliati. Il disprezzo della povertà è uno scandalo come è scandalo e bestemmia affermare che la povertà sia volontà di Dio. Nel grido dei poveri udiamo la voce di Dio

Bisogna trasformare dalle fondamenta  l’economia mondiale, che affama migliaia di popolazioni, che è crudele verso questi poveri considerati il rifiuto della società. Questa economia mondiale è criminale. Dossetti la definì una “ economia crudele “

Bisogna vederla questa povertà per capirla.

Porre il problema dei poveri esige oggi una ritrovata e consapevole presenza della  Chiesa non più solidale con i potenti ma apertamente solidale  con i poveri, diventando essa stessa povera.

Qualche anno fa venne da noi uno storico benedettino che ci disse “ Il posto della Chiesa non è nei salotti, ma nel servizio”.

La chiesa deve smettere di fare assistenza ai poveri, la Chiesa deve farsi povera, se vuole salvarli.

Questa cosa ancora non è accolta dalla Chiesa  ufficiale. Quindi bisogna camminare ancora molto. Bisogna però che il popolo lo sappia, e se ne parli.

Questi sono principi fondamentali della chiesa , principi che possono dare uno slancio completamente nuovo, una sorta di riforma completamente impensata che il Concilio Vaticano II non è riuscito ad affermare.

Dossetti, e non solo lui, auspicava un altro concilio che affrontasse questi problemi proposti ma  non affrontati nel Concilio Vaticano II, perché la grande maggioranza della Chiesa oggi è fatta dai “ minimi”, cioè quelli che non hanno i mezzi più elementari per sopravvivere. Tutto questo però mettendosi con loro e alla pari di loro.

Diceva Dossetti che tutto il nostro essere deve essere proteso per essere con i minimi, con loro e in loro.

Possa Dio trovarci sempre in mezzo a loro, sempre di più loro, per diventare loro. Il Signore ci possa sempre trovare nella loro schiera, tra quella moltitudine di popoli, d piccoli, d disprezzati, di oppressi, di offesi, di divorati dai ricchi e dai potenti in cui si è trovato lo stesso Gesù a vivere. Egli non è mai vissuto tra i potenti.

Non ci deve più essere un momento della nostra giornata in cui non portiamo tutti loro nel cuore, la loro sofferenza.

La considerazione religiosa non è per noi, è per gli altri, è un servizio agli altri, ma soprattutto un servizio ai poveri, per tutta la Chiesa ma soprattutto  per i  minimi che sono i preferiti da Gesù, vittime di una enorme ingiustizia a cui né il mondo, né la Chiesa oggi mettono riparo.

Dobbiamo essere  consapevoli della enormità della  grossa ingiustizia che è come un  macigno che pesa sul cuore di  tutti i cristiani.

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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

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Salmodie

 

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Encliclica “Laudato sì”
Eventi
Prima giornata diocesana per l'identità dei beni culturali ecclesiali

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Programmazione pastorale
PROGRAMMAZIONE PER L’ANNO PASTORALE 2014-2015



( Cliccando sulle locandina è possibile aprire il calendario con i temi dei vari appuntamenti)



Concerti nelle chiese

Reverendissimi Confratelli, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, come e noto, in data 5 novembre 1987 ha emanato un documento, "Concerti nelle Chiese", attraverso cui offriva a tutta la Chiesa alcune riflessioni circa la musica sacra, la musica religiosa, la consuetudine di ospitare concerti nei luoghi di culto, gli strumenti musicali... riflessioni corredate da una serie di disposizioni pratiche generali con l'invito alle singole Diocesi o Regioni Ecclesiastiche a calarle nel loro contesto con la redazione di un regolamento ad hoc.

Click sull'icona che segue per aprire o scaricare il regolamento in formato PDF

In evidenza dai quotidiani




Gesù affascina ancora oggi

La chiesa che è in Italia è dotata di molti doni ed è ancora una realtà viva in questa nostra società segnata dalla secolarizzazione, certo, ma soprattutto dall’indifferenza verso ciò che costituiva la sua anima fino a mezzo secolo fa: la “religione cattolica”. Non siamo ancora in una situazione di cristiani in diaspora e neppure di piccole comunità di credenti che testimoniano il Vangelo in condizione di minoranza, potendo contare solo sulla loro capacità profetica. Il panorama è variegato, con diverse sfumature, ma ci sono ancora regioni in cui le comunità cristiane sono realtà visibili, eloquenti, nelle quali, seppur in diminuzione, non sono esigue le vocazioni al ministero presbiterale.
Vi è dunque una grande opportunità, una chance per il cristianesimo e di conseguenza per le chiese, che dovrebbero restare vigilanti più che mai e dotarsi di un nuovo soffio di vita. Sono cioè chiamate a favorire una maturazione della soggettività dei battezzati, un rinnovamento della fede, sempre più pensata, e l’esercizio di uno stile che sappia essere eloquente, trasmettendo il Vangelo agli uomini e alle donne che ancora chiedono, anche se in modo non esplicito: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21).
Siamo tutti consapevoli del grande mutamento in atto, con velocità accelerata, negli ultimi dieci anni: sono vistosi sia la diminuzione dei partecipanti all’eucaristia domenicale sia l’assottigliarsi della presenza delle donne nelle liturgie e nelle diverse diaconie parrocchiali. Ma soprattutto le nuove generazioni sono segnate da incertezze nel credere, da mancanza di appartenenza alla chiesa, da rigetto delle immagini tradizionali di Dio e della morale tradizionale cattolica. La loro terra è “la terra di mezzo”, senza le polarizzazioni dell’ateismo o della militanza religiosa. Le analisi, non solo sociologiche ma squisitamente ecclesiali, che Armando Matteo e Alessandro Castegnaro hanno proposto di questi fenomeni, ci ammoniscono da tempo sul cammino da percorrere.
Non siamo ingenui e sprovveduti, né entusiasti, ma crediamo che anche in questa situazione segnata da tendenze preoccupanti sia possibile avere fiducia per il futuro del Vangelo. Infatti, anche se oggi il discorso su Dio è diventato addirittura un ostacolo alla fede, anche se la chiesa con le sue miserie e fragilità non gode di buona fama, tuttavia il Vangelo e Gesù Cristo continuano a intrigare, ad affascinare i nostri contemporanei. È significativo che oggi l’ateismo militante abbia conosciuto una “dolce morte”, che gli atei non si professino più tali, che i non credenti confessino di “credere” e che, in ogni caso, tutti mostrino nei confronti di Gesù di Nazaret grande attenzione, simpatia, interesse. Ed è emblematico che un libro di Massimo Cacciari su Maria e una sua recente intervista sul Natale autentico di Gesù, abbiano avuto grande eco nella società, oltre che presso i cristiani.
Questo è un tempo favorevole per un’evangelizzazione che non sia proselitismo, né propaganda né arrogante apologia, ma sia una proposta semplice e chiara del Vangelo, nient’altro che del Vangelo. Quali sono dunque le urgenze per la chiesa? Ne indichiamo alcune, senza la pretesa di essere esaustivi o di interpretare in modo complessivo e unico i cammini che oggi ci paiono aprirsi.
Innanzitutto credo sia necessaria una conversione di prospettiva. Siamo abituati a pensare il cristianesimo come un’eredità del passato da conservare gelosamente, impedendo ogni possibile impoverimento e discontinuità. Tale preoccupazione non va sottovalutata né tantomeno tralasciata. La chiesa è cattolica non solo nell’estensione sulla terra, ma anche nel tempo: dalla Pentecoste fino a noi, la chiesa è una comunione che non può smentire se stessa, né amputare le sue radici. Resta però vero che, come scriveva profeticamente Aleksandr Men’, “il cristianesimo non fa che iniziare, ogni giorno inizia”. Occorre che noi pensiamo il cristianesimo come inadempiuto, non ancora realizzato, un cristianesimo che sappia esplorare nuove vie nella storia e nella società, che entri in consonanza con le domande degli uomini e delle donne di oggi, i quali sono soprattutto in ricerca di senso.
Si tratta di non avere paura di andare al largo, su acque profonde (cf. Lc 5,4), verso nuovi lidi che ci permetteranno di sperimentare nuovi modi e nuovi stili di vivere il Vangelo, nuovi modi di invocare Dio, nuovi linguaggi per dire la nostra speranza nell’amore più forte della morte. La società fondata sull’immagine di un Dio evidente, che si imponeva come potenza assoluta, un Dio di cui non dubitavano né la filosofia né la cultura, è ormai lontana, alle nostre spalle e incapace di intrigare gli uomini. La parola “Dio” è diventata ambigua e, quando ascolto i giovani delle nuove generazioni, li sento associare Dio al fanatismo, al terrorismo, all’intolleranza; nella migliore delle ipotesi lo concepiscono come un’entità indefinita che tutte le religioni propongono, l’una in concorrenza con l’altra. Perciò i giovani di oggi hanno perso ogni interesse per Dio. Se per la mia generazione la formula quaerere Deum, “cercare Dio”, era fonte di grande passione, oggi solo attraverso un quaerere hominem, una ricerca dell’umano, si può instaurare un dialogo con i giovani, dialogo che non può non mettere in evidenza Gesù di Nazaret, colui che con la sua vita di uomo, pienamente umana, autentica umanizzazione, ha raccontato Dio (exeghésato: Gv 1,18).
La visione trionfante e autoritaria di Dio è ormai afona, e oggi mi pare urgente uscire anche dal paradigma che ha dichiarato la sua morte. Di fatto abbiamo attualmente la grazia di essere stati liberati da assetti religiosi, ma venati di idolatria, che davano al nostro Dio un volto “perverso”. Senza dimenticare che i maestri dell’ateismo ci hanno obbligato a riscoprire in altro modo il Dio che pensavamo di conoscere bene e a rileggerlo a partire dalle sante Scritture, in particolare dal Vangelo. Comprendiamo dunque più che mai le parole dell’Apocalisse di Giovanni: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine” (Ap 22,6), perché esplicitano che, nella convivenza sociale, Dio non è il fondamento condiviso né una garanzia di provvidenzialismo, ma appare il Dio che viene ogni giorno della storia, là dove gli esseri umani si incontrano e tessono insieme la loro vita con responsabilità. Non bisogna dunque temere un cristianesimo inadempiuto, caratterizzato da novità che oggi non supponiamo. Dio continua a dirci: “Ecco, io faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19). Il Signore viene per tutta l’umanità, chiedendole di vivere, come è venuto nella carne di Gesù di Nazaret “per insegnarci a vivere in questo mondo” (cf. Tt 2,12). Quando parla di una chiesa “in uscita”, papa Francesco indica anche una chiesa aperta al futuro, al nuovo, al non preventivato, al non prevedibile.
In questa conversione pastorale di sguardo dal passato al futuro occorrerà battere strade inedite, correndo il rischio di una nuova enunciazione della fede. Si tratta non solo di rinnovare il linguaggio ma, più in profondità, di osare – come fece l’Apostolo Paolo – un’operazione transculturale, in modo che la salvezza, la liberazione portata da Cristo e il messaggio della sua resurrezione siano esprimibili ed eloquenti oggi nelle diverse culture. Per questo è richiesta grande fiducia nel popolo di Dio, popolo profetico, cioè chiamato a parlare a nome di Dio all’umanità. Fare fiducia al popolo di Dio significa essere veramente convinti che a ogni battezzato spetti la missione di testimoniare ed evangelizzare e che a ogni cristiano spetti il compito di edificare la chiesa, la quale ha come suo primo nome “fraternità” (adelphótes), secondo la Prima lettera di Pietro (2,17; 5,9). Se la comunità cristiana riesce a essere fraternità, grembo dell’amore di Dio, e dunque maternità generatrice, il Vangelo potrà compiere la sua corsa nel mondo, con esiti imprevedibili ma ispirati dallo Spirito e da lui resi dinamici ed efficaci.
Tutto questo, sempre accompagnato dalla convinzione fondamentale, essenziale: ieri, oggi, sempre occorre guardare a Gesù di Nazaret, al suo stile, fonte di ispirazione in ogni tempo e in ogni terra. Quando egli riesce a emergere con la sua autorevolezza, con la sua coerenza tra il parlare, l’operare e il sentire, allora gli uomini e le donne sono attirati. Sì, attirati, secondo la sua promessa: “Quando mi vedranno nell’atto di dare la vita e di affermare solo l’amore, contro ogni inimicizia e violenza, di affermare il perdono invece della vendetta, allora si sentiranno tutti attirati da me” (cf. Gv 12,32).

(Enzo Bianchi - Vita Pstorale - Febbraio 2018)

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Recensione Film
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«Il Piccolo Principe» è il capolavoro dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry pubblicato 70 anni fa ed è uno dei libri più letti nel mondo.

Dopo la Bibbia, ha il secondo posto in classifica insieme a Pinocchio di Collodi.

È stato tradotto in 220 lingue e perfino in alcuni dialetti. In Italia è costantemente presente nelle classifiche dei libri più venduti.

Narra, in prima persona, “l’ incontro tra l’ autore ed il Piccolo Principe”.

Sei anni prima il pilota- geografo Antoine ebbe un incidente col suo aereo mentre sorvolava il Sahara. Al risveglio della prima nottata nel deserto, una vocina incominciò ad infastidirlo, subito si alzò di scatto per vedere chi fosse e vide un bambino. In alcuni giorni riuscì a capire che lui si faceva chiamare il Piccolo Principe e che veniva da un piccolo pianeta chiamato : Asteroide B 612.

Ben presto, quando i due presero più confidenza, il Piccolo Principe iniziò, anche, a raccontare ad Antoine il suo viaggio sino alla terra.

Lui non aveva una meta precisa, e voleva viaggiare. Per iniziare il suo viaggio, approdò su un altro piccolo pianeta dove stava un re, un re che diceva di comandare su tutto e su tutti, ma era tanto triste e solo;

sul secondo pianeta incontrò un vanitoso che cominciò a domandargli quanto per lui fosse bello quell’ uomo, ma il piccolo principe non capendo cosa se ne sarebbe fatto quell’ uomo delle sue lusinghe , se ne andò altrove;

nel terzo pianeta trovò un ubriaco a cui chiese cosa stesse facendo, e lui quindi rispose che stava bevendo alcolici per dimenticare la sua vergogna, così se ne andò via subito;

il quarto pianeta era abitato da un uomo d’ affari che contava le stelle per diventare ricco e comprare altre stelle;

sul quinto pianeta v’ era spazio solo per un lampione e l’ uomo che lo accendeva e lo spegneva ogni minuto; Sull’ ultimo pianeta visitato dal Piccolo Principe prima di arrivare sulla terra, trovò un geografo che aspettava gli avventurieri per disegnare sempre nuove carte geografiche.

Nei giorni seguenti il Piccolo Principe cominciò ad essere molto triste e un giorno…l’incontro con la volpe …

Dietro le storie di queste persone si nascondono i vizi e le virtù di ogni uomo e il passo successivo che si deve compiere per migliorarsi e stare in armonia con gli altri e con se stessi.

Quello che traspare dal libro “Il piccolo principe”, che ha segnato generazioni con il suo significato tangibile, è come gli uomini crescendo riescano a perdere il candore e il contatto con le cose importanti, non cogliendo più il senso di ciò che possiedono, che vivono e provano.

Tanti i tentivi di nettere in scena il libro ma quello di Mark Osborne è un grande sforzo di incredibile ardire poetico.

Nel film molte le libertà ma con l’obiettivo di “salvaguardare la storia originale, sia per quelli che l’avevano amato che per quelli che ancora non la conoscevano, costruendo intorno una storia più grande …”.

La storia più grande è quella di una bambina senza nome (se lui è The little Prince, lei è The little girl) nella difficile fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, sta per compiere nove anni e ha già pronto il suo regalo, un microscopio per migliorare in biologia come le annuncia la mamma settimane prima del compleanno. E’ questa mamma single ad aver pianificato tutta la sua esistenza: la sta preparando ad una vita di impegno e sacrificio per entrare nel mondo degli adulti.

L’incontro tra la ragazzina e l’aviatore, un ipotetico Saint-Exupery ormai invecchiato, ispirato allo scrittore che nella realtà è scomparso a 44 anni scompaginerà i suoi piani. E quell’aeroplanino fatto con un foglio strappato su cui è tratteggiata l’iconica immagine del Piccolo Principe, quella creata dallo stesso autore, e che dalla prima edizione del ’43 ha sempre accompagnato la pubblicazione del romanzo, permetterà alla piccola protagonista di partire per un viaggio straordinario.

Il Film , presentato a Cannes fuori concorso, arriverà in sala il prossimo Natale.

Cliccando sulla immagine dell'inizio è possibile aprire il trailer video

Di seguito una delle clip di un esperimento di Teatro-musica realizzato oltre 10 anni nel tentativo di mettere in scena il libro più bello e più letto dopo la Bibbia. www.chiesadicefalu.it

Des Hommes et des Dieux ,
premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria,è un film dove emerge la pluralità, non si fa leva su un unico credo. Lo spettatore viene portato dentro gli animi di chi vive la propria religiosità senza confini, accogliendo e amando il prossimo, senza differenze.

www.chiesadicefalu.it

Xavier Beauvois porta sul grande schermo la strage di sette monaci cistercensi di Thibirine sullo sfondo della guerra civile in Algeria nel 1996; ancora oggi non è stata fatta completa luce sulla vicenda: all’inizio l’eccidio fu rivendicato dalla Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha, il gruppo armato che mirava a rovesciare il governo, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino, nel quadro di una strategia della tensione o di un “errore”.
Di fronte allo scorrere delle immagini, e della vicenda, ragioniamo su cosa significa credere in un Dio, su cosa significa essere religiosi, su cosa vuol dire mettere la propria vita al servizio del prossimo, mossi da una vocazione; vocazione che sembra vacillare di fronte alle crudeltà della vita, ma che allo stesso tempo riporta sui giusti binari, spinge al pensiero; è solo dopo matura riflessione che si decide di continuare a camminare verso un’unica direzione. Si decide di andare avanti, di incontrare l’altro, l’apparentemente diverso, e di morire. Ci troviamo di fronte a una visione critica della spiritualità. Perché si tratta più di spiritualità che di Dio nel nel film di Beauvois; spiritualità che porta a fare delle scelte solo apparentemente incoscienti, spiritualità che porta ad essere pluralisti. Spiritualità che porta anche a morire, a morire per incontrare l’altro, in un paradosso etico. Immensamente morale. Ma qui si parla non di finta moralità, bensì di qualcosa di ben più elevato: si parla di connubio, di unione, di andare con l’altro, anche se diverso, uguale e fratello, anche nella morte, anche se ci porta al martirio. A morire è l’umanità, e allora la morte assume un carattere sacro. Torna l’ultima cena (la scena dei monaci riuniti attorno al tavolo con la colonna sonora della Morte del Cigno, tratta da Il lago dei Cigni di Cajkovskij, è davvero toccante) e tutto si fa unico: i monaci, il monastero, il villaggio, i soldati. Tutto si unisce, in un finale tragico quanto straordinario.
( di seguito il PPT con le foto originale dei martiri )
Nelle diapositive Sono stati associati, ai “sette dormienti di Efeso”, martiri cristiani murati in una grotta e che sarebbero risuscitati circa due secoli dopo. Quello che è interessante è che sono venerati sia dai cristiani che dai musulmani (ne parla il Corano).

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Il rosso e il Blu
Il tirante che trascina il film nella sua (solo apparente) esilità, è la volontà di incontrarsi che a volte salva gli esseri umani dall’apatia. In questa lotta per la sopravvivenza (mentale, ma non solo) a volte si è nobili, a volte patetici, a vote ridicoli. E il film, questi registri, li padroneggia tutti
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