Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. ( Pentecoste -Vangelo :Giov. 14,15+)
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Massimo Cacciari, Enzo Bianchi, a " Che tempo che fa" - Intervista " particolare" a Mons. Bettazzi sul concilio Vaticano II
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Hans Küng a " Che tempo che fa" YouTube YouTube

È online il nuovo sito della Diocesi di Cefalù a cura dell’ Ufficio di Comunicazioni Sociali. In attesa del nuovo dominio il sito è consultabile al seguente indirizzo: http://www.diocesidicefalu8.flazio.com/

Incontro, a Collesano, con i Testimoni del Concilio Ecumenico Vaticano II

Locandina-Convegno-Bettazzi mNel pomeriggio del 26 Gennaio l’atteso incontro, a Collesano, nella basilica di San Pietro, con i Testimoni del concilio.

  Dopo la preghiera iniziale sono intervenuti Mons. Luigi Bettazzi, uno dei pochissimi Padri Conciliari viventi, Vescovo emerito della Diocesi di Ivrea ,  Suor Cecilia Impera della Piccola Famiglia dell’Annunziata di Don Giuseppe Dossetti e la Sig.na Santina Raimondi della Comunità Parrocchiale di Collesano.

Non ha potuto partecipare il nostro Vescovo, Mons. Vincenzo Manzella.

Moderatore il Parroco Don Franco Mogavero .

Abbiamo seguito con attenzione i vari interventi.

bettazziMons. Bettazzi , col colore aneddotico che lo distingue,  ha spiegato come in tutti i concili ( venti ) i documenti più importanti sono  le costituzioni che nel Vaticano II sono: Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum, Lumen Gentium, Gaudium et Spes.

Le dichiarazioni invece sono su punti speciali ( come la libertà religiosa, etc … )

Ha sottolineato come le quattro costituzioni ci fanno capire l’importanza di un concilio “ pastorale” ,  cioè di un coinvolgimento della gente.

Poi tra le cose che ha detto “ Quando noi moriamo … andiamo nell’eternità pensando  che l’eternità è un tempo che non finisce più   … ma l’eternità è fuori dal tempo … noi entriamo nell’eternità – attraverso la morte che è il momento più importante della vita – allo stesso modo in cui c’è entrato Gesù quando ha detto “ Padre  nelle tue mani consegno la mia vita  … Padre Perdona loro “ ..Noi andiamo per unirci a Gesù che è già nel Padre . “

  Tra gli aneddoti raccontati quello del peccato di Adamo, per dirci che  un pò di Adamo ce l’abbiamo tutti quando pensiamo che “ Io sono così importante che … faccio di testa mia “.

Si deve cominciare ad amare gli altri, anche quelli che contano poco.

Poi, continuando sula pastoralità del concilio, la “ distribuzione “ a  tutto il popolo di Dio della Parola

“Se volete capire l’inglese studiate la lingua con cui gli inglesi parlano  … studiate allora la lingua con cui il Signore parla agli uomini e ci fa suoi familiari”

La Chiesa è il popolo di Dio.

Ogni Cristiano è unito a Gesù Cristo per il battesimo e in forza del sacerdozio santifica il mondo in cui vive.  Noi preti dovremmo fare il Culto non per fare spettacoli ma per aiutare la gente a vivere il proprio sacerdozio

Ognuno di noi poi è profeta per far vedere come Dio vuole che si viva la vita.

Ed è pure RE. E il Re è colui che mette insieme per portare unità e pace nella famiglia, nel lavoro, nella società etc..

Noi come Gerarchia , come ministero abbiamo il servizio del popolo di Dio. Tutto questo ci comporta un po’ di fatica perché per molto tempo abbiamo comandato noi preti .. abbiamo delle responsabilità !!

La chiesa nel mondo : il mondo non vuole guerra ma la pace e Giovanni XXIII si è fatto strumento di pace nelle tensioni mondiali che alimentavano venti di guerra.

La salvezza è per tutti … Se uno crede è Salvo per Gesù Cristo. Per troppo tempo i cattolici hanno pensato che nel Paradiso ci fosse posto solo per loro; ma il Paradiso è per tutti.

 

religiosi_-_suor_cecilia_impera_imagelargeNell’intervento di Suor Cecilia  la presenza di due grandi protagonisti del concilio : quella del Cardinale Giacomo Lercaro e di Don Giuseppe Dossetti, di quest’ultimo ci ha regalato qualche sprazzo di ” confidenze ” tra lo stesso Don Giuseppe e la Comunità di Monteveglio con la quale, Don Giuseppe, che ha vissuto con intensità  il tempo del Concilio, condivideva gioie ed amarezze dei lavori conciliari  negli intervalli liberi .

   Quasi tutto il suo intervento è stato un richiamo al lavoro svolto dal gruppo conciliare della Chiesa dei poveri che si riuniva al Collegio Belga.

Su questo sito noi ne abbiamo fatto memoria e per chi volesse può trovare molta documentazione su questo gruppo di lavoro al seguente link:  La Chiesa dei poveri

Di seguito l’intervento di Suor Cecilia che è stato delicato ma forte nello stesso tempo.

La chiesa preconciliare era ferma al Concilio di Trento. Non era preparata ad accogliere l’emergere del mondo Islamico, la crisi vocazionale, i problemi della famiglia .

Ogni Vescovo era chiuso nel proprio particolare della propria Diocesi.

Uno dei temi portati avanti  dal Card. Lercaro  è stato quello di  Chiesa e Povertà.11_lercaro

La Chiesa col concilio è il popolo e cammina con il popolo verso la meta finale, quindi non è sopra il popolo, che è un popolo sacerdotale, parte dell’offerta sacrificale di Gesù. Tutto questo ancora non si è attuato, ma si è iniziato il cammino.

Mons. Lercaro diceva che “ questa è l’ora dei poveri. L’ultimo mistero della Chiesa è il mistero di Cristo nei poveri.”

Ma qual è il destino dei poveri ?

La Chiesa, fino al Concilio, non se n’era presa cura. E i poveri non sono da collegarsi solo alla fame, ma al disprezzo, al rifiuto da parte della società. Nessuno li ha mai ascoltati, nemmeno la Chiesa che non aveva capito che i poveri sono i figli prediletti , che anche essa doveva farsi povera !

Tra la Chiesa e i poveri c’era una voragine.

giuseppe-dossettiDossetti su questo tema aveva contattato i vescovi di tutti i paesi poveri che accolsero con entusiasmo  e speranza quanto portato avanti da Mons. Lercaro e Dossetti. Ormai nel concilio non erano solo comparsa, ma protagonisti: erano loro la chiesa dei poveri !

Nelle confidenze di Dosseti a Monteveglio ci raccontava: “ Ho raccolto sul problema della povertà il consenso di tutti i vescovi dei paesi poveri e di un solo vescovo dell’occidente, il card. Pierre Paul-Marie Gerlier”

Ma la Chiesa non era pronta e il problema della povertà non venne accolto.

L’idea comunque è rimasta ed ha camminato fuori dal concilio, soprattutto nell’Episcopato Latino-Americano : qui i vescovi si sono impegnati a vivere nella povertà.

La Chiesa deve presentarsi  continuatrice dell’opera di  Cristo che da ricco si è fatto povero.

Una chiesa ricca non è credibile, né viene ascoltata dai poveri. 

Nella III Conferenza dei Vescovi Latino-Americani viene ribadito che la Chiesa  deve seguire il Suo Maestro.

Collegato con i poveri c’è il problema della Giustizia che è aspetto centrale dell’annuncio evangelico.

Abolire la povertà è un problema globale.  Per salvare i poveri bisogna che si compia la giustizia, che si abolisca il divario tra ricchi e poveri.

Tutto questo in america latina ha generato conflittualità col potere politico che opprimeva i poveri aprendo la strada al martirio ( MOns. Romero ).

Quando la Chiesa diventa povera è pronta per il martirio per la difesa dei poveri.

Nell’Assemblea Ecumenica Mondiale del 1990 si concludeva:

“ I poveri sono gli sfruttati, gli oppressi, i disprezzati, gli umiliati. Il disprezzo della povertà è uno scandalo come è scandalo e bestemmia affermare che la povertà sia volontà di Dio. Nel grido dei poveri udiamo la voce di Dio

Bisogna trasformare dalle fondamenta  l’economia mondiale, che affama migliaia di popolazioni, che è crudele verso questi poveri considerati il rifiuto della società. Questa economia mondiale è criminale. Dossetti la definì una “ economia crudele “

Bisogna vederla questa povertà per capirla.

Porre il problema dei poveri esige oggi una ritrovata e consapevole presenza della  Chiesa non più solidale con i potenti ma apertamente solidale  con i poveri, diventando essa stessa povera.

Qualche anno fa venne da noi uno storico benedettino che ci disse “ Il posto della Chiesa non è nei salotti, ma nel servizio”.

La chiesa deve smettere di fare assistenza ai poveri, la Chiesa deve farsi povera, se vuole salvarli.

Questa cosa ancora non è accolta dalla Chiesa  ufficiale. Quindi bisogna camminare ancora molto. Bisogna però che il popolo lo sappia, e se ne parli.

Questi sono principi fondamentali della chiesa , principi che possono dare uno slancio completamente nuovo, una sorta di riforma completamente impensata che il Concilio Vaticano II non è riuscito ad affermare.

Dossetti, e non solo lui, auspicava un altro concilio che affrontasse questi problemi proposti ma  non affrontati nel Concilio Vaticano II, perché la grande maggioranza della Chiesa oggi è fatta dai “ minimi”, cioè quelli che non hanno i mezzi più elementari per sopravvivere. Tutto questo però mettendosi con loro e alla pari di loro.

Diceva Dossetti che tutto il nostro essere deve essere proteso per essere con i minimi, con loro e in loro.

Possa Dio trovarci sempre in mezzo a loro, sempre di più loro, per diventare loro. Il Signore ci possa sempre trovare nella loro schiera, tra quella moltitudine di popoli, d piccoli, d disprezzati, di oppressi, di offesi, di divorati dai ricchi e dai potenti in cui si è trovato lo stesso Gesù a vivere. Egli non è mai vissuto tra i potenti.

Non ci deve più essere un momento della nostra giornata in cui non portiamo tutti loro nel cuore, la loro sofferenza.

La considerazione religiosa non è per noi, è per gli altri, è un servizio agli altri, ma soprattutto un servizio ai poveri, per tutta la Chiesa ma soprattutto  per i  minimi che sono i preferiti da Gesù, vittime di una enorme ingiustizia a cui né il mondo, né la Chiesa oggi mettono riparo.

Dobbiamo essere  consapevoli della enormità della  grossa ingiustizia che è come un  macigno che pesa sul cuore di  tutti i cristiani.

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Ingresso Vesc Giuseppe
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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



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I giovani sono un pezzo di chiesa che manca

Era l'8 dicembre 1965, giorno di chiusura del concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri conciliari all'umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo ventidue anni e vivevo quei giorni con speranza ed entusiasmo per il futuro della Chiesa. Quel messaggio pieno di fiducia metteva in risalto come la giovinezza abbia «la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». Non solo erano riconosciute la forza e la bellezza dei giovani, ma la stessa Chiesa assumeva un nuovo atteggiamento nel suo stare nella storia e tra gli uomini e le donne del nostro tempo.
Quel messaggio ha conosciuto ricezione? Credo sia necessario distinguere due tempi successivi di ricezione e due categorie di destinatari. A cominciare da coloro che erano giovani nella stagione del Concilio. Mi pare che gran parte dei cattolici di quella generazione abbiano effettivamente recepito il mandato affidato loro dai padri conciliari e si siano sentiti investiti di una responsabilità. E abbiano anche colto le proprie potenzialità di giovani per mutare rotta, operare un "aggiornamento" e una conversione. E riformare la propria struttura di discepoli del Signore.
Ma poi c'è la ricezione del messaggio conciliare nello scorrere degli anni e nel mutare delle stagioni. E lì noi giovani di allora, forse, portiamo la responsabilità principale sulla qualità e l'efficacia della trasmissione di quel messaggio di speranza. Dobbiamo ammettere che, a oltre cinquant'anni di distanza, la vita della Chiesa registra un certo fallimento al riguardo. Nei decenni passati c'è stata un'attenzione alla cosiddetta "pastorale giovanile" mai così accentuata nella storia. Purtroppo, questa fatica non è stata sufficiente, anche perché si è continuato a pensare a un rapporto esteriore tra la Chiesa da un lato e i giovani dall'altro. Non basta ascoltare i giovani e definirli il "futuro della Chiesa" o le "sentinelle dell'avvenire". Occorre considerarli e sentirli non come una categoria teologica o come un'entità esterna, bensì come una componente della Chiesa di oggi, attori e protagonisti già ora. Occorre pensarli nel "noi" della Chiesa. E stare anche attenti quando, nel linguaggio comune, si usano locuzioni come "la Chiesa e i giovani", "la Chiesa parla ai giovani". Semmai, «i giovani sono un pezzo di Chiesa che manca», come dice don Armando Matteo.
Il documento preparatorio al Sinodo su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale chiama i giovani a «essere protagonisti» e «capaci di creare nuove opportunità», indicando così a tutta la Chiesa vie di evangelizzazione e stili di vita nuovi. Solo un ascolto reciproco, un confronto, un dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio possono innescare un processo di "inclusività" delle nuove generazioni nella Chiesa. Questa la sfida del prossimo Sinodo, non a caso preparato, per volontà di Francesco, da incontri di giovani messi in condizione di prendere la parola e di sentirsi partecipi di quella "conversione" che il Papa chiede a tutta la Chiesa. Questo ascoltarli oggi, nel loro presente, è la condizione indispensabile per passare da una pastorale "per i giovani" a una pastorale "con i giovani".
Come ama ripetere Francesco, si tratta di «iniziare dei processi», non di fare conquiste, né di «far ritornare» i giovani alla Chiesa. O di misurare la riuscita sul numero delle risposte ottenute. È tramontato il tempo di chiamare a raduno i giovani e aspettare che siano loro a venire: occorre uscire, andare dove loro sono, dove abitano, combattendo ogni tentazione di avvicinamento unilaterale e massificato. I giovani hanno sete di incontri personali, di dialoghi faccia a faccia, soprattutto in un contesto sociale dominato dal virtuale. Essi domandano di essere "riconosciuti", ciascuno nella propria individualità, ciascuno lungo il proprio cammino di ricerca di senso e di pienezza di vita. L'incontro personale è oggi decisivo per l'avventura dei giovani, i quali sentono lontani genitori, insegnanti, educatori.
Tutti constatiamo una difficoltà nell'incontro umano con l'altro, ma i giovani ne sentono urgentemente il bisogno, anche per non essere tentati dalla fuga da sé stessi. Il "complesso di Telemaco", individuato da Massimo Recalcati come chiave di interpretazione della condizione giovanile, dovrebbe essere un monito sulla necessità di accompagnare i giovani non in modo paternalistico ma camminando con loro, con la sapienza della vita già vissuta, senza imporre, ma semplicemente proponendo, grazie al discernimento che nasce dall'ascolto nei loro confronti. Ecco perché in questa forma di pastorale, oltre alla cultura dell'incontro deve emergere anche quella della gratuità. Ricordando che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (EG 14), occorre vivere ogni atteggiamento di evangelizzazione sotto il segno della gratuità, senza l'ansia di risultati misurabili in termini di aumento del numero dei giovani coinvolti, delle vocazioni suscitate o dei servizi assunti.
L'incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza dell'evangelizzatore. Non dunque l'incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, che sia portatrice di senso e promessa di vita piena. La gratuità è uno dei valori più sentiti e vissuti dai giovani: se questa non appare, i giovani diffidano. Incontro, gratuità, camminare insieme restano urgenze assolute in un nuovo paradigma di evangelizzazione nella società odierna. Ma cosa cercano i giovani? Pur in una situazione di incertezza, a livello economico, sociale, culturale familiare, i giovani cercano una vita sensata, che io amo definire una vita buona, bella e beata. Questa ricerca, sovente confusa, a volte appare paralizzata da paure e inibizioni, ma è presente nel loro cuore. È vero che la maggior parte dei giovani non vive il bisogno di Dio, ma nel loro perseguire una vita sensata, un'esistenza degna e compiuta, sono insite molte possibilità di scoprire come la fede cristiana, la persona di Gesù e il suo Vangelo siano non in contraddizione con tale desiderio, bensì un aiuto e una promessa di pienezza.
La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli "ha fatto il bene", cioè ha scelto l'amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell'altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una "bontà" che si vorrebbe ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un'attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù: il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l'amicizia, il suo rapporto con la natura... restano molto eloquenti. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine.

(Enzo Bianchi - Vita Pastorale - Aprile 2018)

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