[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. [II Domenica di Pasqua - II Lettura (At. 2,42+)]
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GIORNATA DIOCESANA DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Cefalù 25 APRILE 2017
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Amoris Laetitia


L' esortazione apostolica post sinodale amoris laetitia del santo padre francesco ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi alle persone consacrate agli sposi cristiani e a tutti i fedeli laici sull’ amore nella famiglia.

Per l'ufficio diocesano per la pastorale della famiglia Maria e Martin Milone Don Domenico Sausa


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In edicola " la necessità urgente di parlare"
Carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti


Il carteggio tra Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti si snoda per oltre quarant’anni – dai primi anni ’50 a metà degli anni ’90 del Novecento – e testimonia l’evolversi del rapporto tra l’inquieto e profondo sacerdote pisano e uno dei protagonisti più originali della vita politica, istituzionale e religiosa del Novecento italiano. Dalle lettere emergono i problemi che attraversano le loro vite, la storia del paese e le vicende della Chiesa italiana: domande sull’autenticità e sulla fedeltà alle proprie scelte, sulle difficoltà di relazione con la Chiesa degli anni ’50, sui possibili modi di essere cristiani nel tempo e nella storia, sui profondi bisogni di rinnovamento e di riforma ecclesiale. Spesso il discorso si allarga alla ricca trama di contatti e avvenimenti in cui si inserisce il loro rapporto: la vita politica nazionale da cui Dossetti è uscito, lasciando una complessa e discussa eredità; la vivacissima Firenze degli anni ’50 e ’60, con Giorgio La Pira e molti altri; la vita locale, politica ed ecclesiale di Bologna. Anche i grandi fatti della storia internazionale sono presenti: la guerra del Vietnam, la tensione tra i due blocchi, occidentale e sovietico, le questioni mediorientali e il conflitto israelo-palestinese. Le lettere rappresentano così il racconto di due vite, attraverso cui rileggere alcune delle questioni cruciali della fede cristiana e della società italiana del secolo scorso. Questioni che, a ben vedere, giungono fino ai nostri giorni.

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Comunicato Stampa

I comunicati stampa precedenti si possono trovare nel sottomenu " Comunicati Stampa" del Menu "Vescovo"
“Poesie” in evidenza





Non mi vestite di nero: / è triste e funebre. Non mi vestite di bianco: / è superbo e retorico. Vestitemi / a fiori gialli e rossi / e con ali di uccelli. E tu, Signore, guarda le mie mani. Forse c’è una corona. Forse / ci hanno messo una croce. Hanno sbagliato. In mano ho foglie verdi / e sulla croce, / la tua resurrezione. E, sulla tomba, / non mi mettete marmo freddo con sopra le solite bugie / che consolano i vivi. Lasciate solo la terra / che scriva, a primavera, / un’epigrafe d’erba. E dirà / che ho vissuto, / che attendo. E scriverà il mio nome e il tuo, uniti come due bocche di papaveri .

(A. Zarrii)
La chiesa nei primi secoli
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Massimo Cacciari, Enzo Bianchi, a " Che tempo che fa" - Intervista " particolare" a Mons. Bettazzi sul concilio Vaticano II
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Hans Küng a " Che tempo che fa" YouTube YouTube

Incontro, a Collesano, con i Testimoni del Concilio Ecumenico Vaticano II

Locandina-Convegno-Bettazzi mNel pomeriggio del 26 Gennaio l’atteso incontro, a Collesano, nella basilica di San Pietro, con i Testimoni del concilio.

  Dopo la preghiera iniziale sono intervenuti Mons. Luigi Bettazzi, uno dei pochissimi Padri Conciliari viventi, Vescovo emerito della Diocesi di Ivrea ,  Suor Cecilia Impera della Piccola Famiglia dell’Annunziata di Don Giuseppe Dossetti e la Sig.na Santina Raimondi della Comunità Parrocchiale di Collesano.

Non ha potuto partecipare il nostro Vescovo, Mons. Vincenzo Manzella.

Moderatore il Parroco Don Franco Mogavero .

Abbiamo seguito con attenzione i vari interventi.

bettazziMons. Bettazzi , col colore aneddotico che lo distingue,  ha spiegato come in tutti i concili ( venti ) i documenti più importanti sono  le costituzioni che nel Vaticano II sono: Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum, Lumen Gentium, Gaudium et Spes.

Le dichiarazioni invece sono su punti speciali ( come la libertà religiosa, etc … )

Ha sottolineato come le quattro costituzioni ci fanno capire l’importanza di un concilio “ pastorale” ,  cioè di un coinvolgimento della gente.

Poi tra le cose che ha detto “ Quando noi moriamo … andiamo nell’eternità pensando  che l’eternità è un tempo che non finisce più   … ma l’eternità è fuori dal tempo … noi entriamo nell’eternità – attraverso la morte che è il momento più importante della vita – allo stesso modo in cui c’è entrato Gesù quando ha detto “ Padre  nelle tue mani consegno la mia vita  … Padre Perdona loro “ ..Noi andiamo per unirci a Gesù che è già nel Padre . “

  Tra gli aneddoti raccontati quello del peccato di Adamo, per dirci che  un pò di Adamo ce l’abbiamo tutti quando pensiamo che “ Io sono così importante che … faccio di testa mia “.

Si deve cominciare ad amare gli altri, anche quelli che contano poco.

Poi, continuando sula pastoralità del concilio, la “ distribuzione “ a  tutto il popolo di Dio della Parola

“Se volete capire l’inglese studiate la lingua con cui gli inglesi parlano  … studiate allora la lingua con cui il Signore parla agli uomini e ci fa suoi familiari”

La Chiesa è il popolo di Dio.

Ogni Cristiano è unito a Gesù Cristo per il battesimo e in forza del sacerdozio santifica il mondo in cui vive.  Noi preti dovremmo fare il Culto non per fare spettacoli ma per aiutare la gente a vivere il proprio sacerdozio

Ognuno di noi poi è profeta per far vedere come Dio vuole che si viva la vita.

Ed è pure RE. E il Re è colui che mette insieme per portare unità e pace nella famiglia, nel lavoro, nella società etc..

Noi come Gerarchia , come ministero abbiamo il servizio del popolo di Dio. Tutto questo ci comporta un po’ di fatica perché per molto tempo abbiamo comandato noi preti .. abbiamo delle responsabilità !!

La chiesa nel mondo : il mondo non vuole guerra ma la pace e Giovanni XXIII si è fatto strumento di pace nelle tensioni mondiali che alimentavano venti di guerra.

La salvezza è per tutti … Se uno crede è Salvo per Gesù Cristo. Per troppo tempo i cattolici hanno pensato che nel Paradiso ci fosse posto solo per loro; ma il Paradiso è per tutti.

 

religiosi_-_suor_cecilia_impera_imagelargeNell’intervento di Suor Cecilia  la presenza di due grandi protagonisti del concilio : quella del Cardinale Giacomo Lercaro e di Don Giuseppe Dossetti, di quest’ultimo ci ha regalato qualche sprazzo di ” confidenze ” tra lo stesso Don Giuseppe e la Comunità di Monteveglio con la quale, Don Giuseppe, che ha vissuto con intensità  il tempo del Concilio, condivideva gioie ed amarezze dei lavori conciliari  negli intervalli liberi .

   Quasi tutto il suo intervento è stato un richiamo al lavoro svolto dal gruppo conciliare della Chiesa dei poveri che si riuniva al Collegio Belga.

Su questo sito noi ne abbiamo fatto memoria e per chi volesse può trovare molta documentazione su questo gruppo di lavoro al seguente link:  La Chiesa dei poveri

Di seguito l’intervento di Suor Cecilia che è stato delicato ma forte nello stesso tempo.

La chiesa preconciliare era ferma al Concilio di Trento. Non era preparata ad accogliere l’emergere del mondo Islamico, la crisi vocazionale, i problemi della famiglia .

Ogni Vescovo era chiuso nel proprio particolare della propria Diocesi.

Uno dei temi portati avanti  dal Card. Lercaro  è stato quello di  Chiesa e Povertà.11_lercaro

La Chiesa col concilio è il popolo e cammina con il popolo verso la meta finale, quindi non è sopra il popolo, che è un popolo sacerdotale, parte dell’offerta sacrificale di Gesù. Tutto questo ancora non si è attuato, ma si è iniziato il cammino.

Mons. Lercaro diceva che “ questa è l’ora dei poveri. L’ultimo mistero della Chiesa è il mistero di Cristo nei poveri.”

Ma qual è il destino dei poveri ?

La Chiesa, fino al Concilio, non se n’era presa cura. E i poveri non sono da collegarsi solo alla fame, ma al disprezzo, al rifiuto da parte della società. Nessuno li ha mai ascoltati, nemmeno la Chiesa che non aveva capito che i poveri sono i figli prediletti , che anche essa doveva farsi povera !

Tra la Chiesa e i poveri c’era una voragine.

giuseppe-dossettiDossetti su questo tema aveva contattato i vescovi di tutti i paesi poveri che accolsero con entusiasmo  e speranza quanto portato avanti da Mons. Lercaro e Dossetti. Ormai nel concilio non erano solo comparsa, ma protagonisti: erano loro la chiesa dei poveri !

Nelle confidenze di Dosseti a Monteveglio ci raccontava: “ Ho raccolto sul problema della povertà il consenso di tutti i vescovi dei paesi poveri e di un solo vescovo dell’occidente, il card. Pierre Paul-Marie Gerlier”

Ma la Chiesa non era pronta e il problema della povertà non venne accolto.

L’idea comunque è rimasta ed ha camminato fuori dal concilio, soprattutto nell’Episcopato Latino-Americano : qui i vescovi si sono impegnati a vivere nella povertà.

La Chiesa deve presentarsi  continuatrice dell’opera di  Cristo che da ricco si è fatto povero.

Una chiesa ricca non è credibile, né viene ascoltata dai poveri. 

Nella III Conferenza dei Vescovi Latino-Americani viene ribadito che la Chiesa  deve seguire il Suo Maestro.

Collegato con i poveri c’è il problema della Giustizia che è aspetto centrale dell’annuncio evangelico.

Abolire la povertà è un problema globale.  Per salvare i poveri bisogna che si compia la giustizia, che si abolisca il divario tra ricchi e poveri.

Tutto questo in america latina ha generato conflittualità col potere politico che opprimeva i poveri aprendo la strada al martirio ( MOns. Romero ).

Quando la Chiesa diventa povera è pronta per il martirio per la difesa dei poveri.

Nell’Assemblea Ecumenica Mondiale del 1990 si concludeva:

“ I poveri sono gli sfruttati, gli oppressi, i disprezzati, gli umiliati. Il disprezzo della povertà è uno scandalo come è scandalo e bestemmia affermare che la povertà sia volontà di Dio. Nel grido dei poveri udiamo la voce di Dio

Bisogna trasformare dalle fondamenta  l’economia mondiale, che affama migliaia di popolazioni, che è crudele verso questi poveri considerati il rifiuto della società. Questa economia mondiale è criminale. Dossetti la definì una “ economia crudele “

Bisogna vederla questa povertà per capirla.

Porre il problema dei poveri esige oggi una ritrovata e consapevole presenza della  Chiesa non più solidale con i potenti ma apertamente solidale  con i poveri, diventando essa stessa povera.

Qualche anno fa venne da noi uno storico benedettino che ci disse “ Il posto della Chiesa non è nei salotti, ma nel servizio”.

La chiesa deve smettere di fare assistenza ai poveri, la Chiesa deve farsi povera, se vuole salvarli.

Questa cosa ancora non è accolta dalla Chiesa  ufficiale. Quindi bisogna camminare ancora molto. Bisogna però che il popolo lo sappia, e se ne parli.

Questi sono principi fondamentali della chiesa , principi che possono dare uno slancio completamente nuovo, una sorta di riforma completamente impensata che il Concilio Vaticano II non è riuscito ad affermare.

Dossetti, e non solo lui, auspicava un altro concilio che affrontasse questi problemi proposti ma  non affrontati nel Concilio Vaticano II, perché la grande maggioranza della Chiesa oggi è fatta dai “ minimi”, cioè quelli che non hanno i mezzi più elementari per sopravvivere. Tutto questo però mettendosi con loro e alla pari di loro.

Diceva Dossetti che tutto il nostro essere deve essere proteso per essere con i minimi, con loro e in loro.

Possa Dio trovarci sempre in mezzo a loro, sempre di più loro, per diventare loro. Il Signore ci possa sempre trovare nella loro schiera, tra quella moltitudine di popoli, d piccoli, d disprezzati, di oppressi, di offesi, di divorati dai ricchi e dai potenti in cui si è trovato lo stesso Gesù a vivere. Egli non è mai vissuto tra i potenti.

Non ci deve più essere un momento della nostra giornata in cui non portiamo tutti loro nel cuore, la loro sofferenza.

La considerazione religiosa non è per noi, è per gli altri, è un servizio agli altri, ma soprattutto un servizio ai poveri, per tutta la Chiesa ma soprattutto  per i  minimi che sono i preferiti da Gesù, vittime di una enorme ingiustizia a cui né il mondo, né la Chiesa oggi mettono riparo.

Dobbiamo essere  consapevoli della enormità della  grossa ingiustizia che è come un  macigno che pesa sul cuore di  tutti i cristiani.

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Indicazioni pastorali 2015-2016
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2016

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Salmodie
Click sull’icona per aprire o scaricare la musica della salmodia della S. Messa delle domeniche e festività
Encliclica “Laudato sì”
Eventi
Prima giornata diocesana per l'identità dei beni culturali ecclesiali

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Programmazione pastorale
PROGRAMMAZIONE PER L’ANNO PASTORALE 2014-2015



( Cliccando sulle locandina è possibile aprire il calendario con i temi dei vari appuntamenti)



Concerti nelle chiese

Reverendissimi Confratelli, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, come e noto, in data 5 novembre 1987 ha emanato un documento, "Concerti nelle Chiese", attraverso cui offriva a tutta la Chiesa alcune riflessioni circa la musica sacra, la musica religiosa, la consuetudine di ospitare concerti nei luoghi di culto, gli strumenti musicali... riflessioni corredate da una serie di disposizioni pratiche generali con l'invito alle singole Diocesi o Regioni Ecclesiastiche a calarle nel loro contesto con la redazione di un regolamento ad hoc.

Click sull'icona che segue per aprire o scaricare il regolamento in formato PDF

In evidenza dai quotidiani




Il senso della memoria

Ricordati di non scordare”, cantava Battisti a inizi anni settanta. E la pubblicità del film “Memento” gli faceva eco trent’anni dopo: “Ricordati di non dimenticare!”. Frasi paradossali, ma che ben rendono l’idea del significato e dell’importanza della “Giornata della memoria”. L’uno dopo l’altro scompaiono i testimoni-vittime della tragedia della shoah: figli, parenti, amici raccolgono le ultime briciole di racconto di un vissuto impossibile da narrare e da essere accolto come credibile; libri, monumenti, pellicole cercano di fissare una verità che vorremmo tutti rimuovere. E intanto, a furia di rimuovere e di schedare, perdiamo la nostra facoltà di memoria: “Archiviare significa dimenticare”, ammonisce Enzensberger.

Allora il senso e la portata della giornata della memoria va rinnovata ogni anno, non solo e non tanto per trasmettere il testimone alle nuove generazioni, ma prima ancora come terapia per una società malata di amnesia, una società afflitta da Alzheimer collettivo, in preda all’incapacità di conservare memoria di ciò che è stato e, quindi, di discernere ciò che accade e di intuire ciò che avverrà. A livello culturale le nostre difese immunologiche non sanno più come far tesoro, né individualmente né collettivamente, di quelle che chiamavamo le “lezioni della storia”: il linguaggio stesso è superato. Così, per esempio, un paese che per oltre un secolo ha visto decine di milioni di suoi cittadini emigrare nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita degna di questo nome, nello spazio di un paio di generazioni si ritrova a percepire l’immigrazione come un morbo da combattere e i migranti come minacce capaci di destare le più irrazionali paure.
Il teologo tedesco Johannes Baptist Metz, tra i primi e i più acuti nel ripensare la teologia cristiana “dopo Auschwitz”, constatava con tristezza l’affermarsi di un uomo “completamente insensibile al tempo, un uomo come macchina dolcemente funzionante, come intelligenza computerizzata che non ha bisogno di ricordare perché non è minacciata da alcuna dimenticanza, come intelligenza digitale senza storia e senza passione”. Non basta infatti che un fatto sia accaduto perché diventi patrimonio acquisito, individuale e collettivo: è la memoria che compie questa metamorfosi, che coglie, rilegge e interpreta il passato affinché non piombi nel baratro dell’oblio e l’onda del non senso ci sommerga.

Non so quanto siamo consapevoli che si registra un raffreddamento di convinzioni verso ogni forma di “commemorazione”: chi ricorda appare a molti una persona paralizzate sul suo passato che non ha saputo rottamare. Così anche questa giornata odierna rischia di essere ascritta tra le cose che si devono fare ma senza abitarle, senza cioè che ci interpellino in profondità, senza che suscitino in ciascuno di noi responsabilità. Per la mia generazione, andare a visitare i campi di sterminio in gennaio – come feci recandomi con la scuola a Dachau a diciassette anni – era una scoperta che scuoteva fino alle fondamenta la nostra umanità. Oggi rischia di essere un’esperienza tra tante, abituati come siamo alla “conoscenza” delle notizie e degli orrori perpetrati nel mondo intero. In verità, se non ci si ricorda ciò che avvenne nell’epifania del male che colpì gli ebrei, non si è più capaci nemmeno di provare orrore per ciò che può di nuovo accadere.

Ma bisogna anche vigilare per non trasformare il “dovere” della memoria in un’ossessione paralizzante: ricordare le offese e i torti subiti – come persona, come gruppo sociale, etnico o religioso, oppure come membro dell’unica umanità condivisa – non deve servire a riattizzarli, ad alimentare sentimenti di vendetta uguale e contraria, a ridare loro vitalità. Al contrario, la memoria del male serve a farcelo assumere come atto nelle possibilità di ogni essere umano – e quindi anche di me stesso – e a considerarlo vincibile solo attraverso un preciso, ostinato, intelligente lavoro quotidiano fatto di pensieri e azioni radicalmente “altri”. È questo innanzitutto il compito dell’indispensabile “purificazione della memoria”: non un cinico cancellare i misfatti, non una oltraggiosa equiparazione di vittime e carnefici, ma la faticosa accettazione che l’interrogativo postoci emblematicamente da Primo Levi – “se questo è un uomo” – contiene in sé l’ancor più tragica costatazione che “questo è stato fatto da un uomo”.

A quelli che continuano a ripetere “Dov’era Dio?” – e oggi lo fanno senza aver patito nulla, per semplice vezzo letterario – io chiedo di porsi una domanda ancor più seria: “Dov’era l’uomo?”. Sì, dov’era l’umanità? Perché ha taciuto quando sapeva? Perché è stata testimone e per anni ha attenuato o cercato di nascondere quanto accaduto? La memoria è essenziale all’umanizzazione: dove regna la dimenticanza, regna la barbarie.

La memoria diventa allora il luogo dell’indispensabile discernimento, l’esercizio in cui il passato, anche se amaro, diventa nutrimento per il futuro. Discernimento ancor più cogente in un tempo come il nostro in cui si assiste all’incepparsi stesso della trasmissione – non solo di valori, ma degli eventi che tali valori hanno suscitato – all’enfasi posta sull’oggi o su un futuro concepito dagli uni come irraggiungibile miraggio e dagli altri come l’ossessivo aggrapparsi all’attimo presente. Ci si scorda delle radici, si rimuove il travaglio del passato, si rottama l’oscuro lavorio di generazioni o il tragico annientamento di popoli e così ci si priva del fondamentale strumento per discernere ciò che dell’oggi merita di avere un futuro. La memoria infatti non è la meccanica riesumazione di un evento passato che in esso ci rinchiude: al contrario, quando facciamo memoria noi richiamiamo l’evento accaduto ieri, lo invochiamo nel suo permanere oggi, lo sentiamo portatore di senso per il domani. In questa accezione la memoria apre al futuro e nel contempo attesta una fedeltà a eventi e verità, a un intrecciarsi di vicende che assume lo spessore di “storia”. Se fare memoria è questo operare un discernimento sul già avvenuto per alimentare l’attesa del non ancora realizzato, possiamo a ragione far nostre le parole intelligenti e sorprendenti del filosofo ebreo francese Marc-Alain Ouaknin, che così parafrasa il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre, cioè: Ricordati del tuo futuro!”.

(Enzo Bianchi - La Stampa 27 gennaio 2016)

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Recensione Film
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«Il Piccolo Principe» è il capolavoro dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry pubblicato 70 anni fa ed è uno dei libri più letti nel mondo.

Dopo la Bibbia, ha il secondo posto in classifica insieme a Pinocchio di Collodi.

È stato tradotto in 220 lingue e perfino in alcuni dialetti. In Italia è costantemente presente nelle classifiche dei libri più venduti.

Narra, in prima persona, “l’ incontro tra l’ autore ed il Piccolo Principe”.

Sei anni prima il pilota- geografo Antoine ebbe un incidente col suo aereo mentre sorvolava il Sahara. Al risveglio della prima nottata nel deserto, una vocina incominciò ad infastidirlo, subito si alzò di scatto per vedere chi fosse e vide un bambino. In alcuni giorni riuscì a capire che lui si faceva chiamare il Piccolo Principe e che veniva da un piccolo pianeta chiamato : Asteroide B 612.

Ben presto, quando i due presero più confidenza, il Piccolo Principe iniziò, anche, a raccontare ad Antoine il suo viaggio sino alla terra.

Lui non aveva una meta precisa, e voleva viaggiare. Per iniziare il suo viaggio, approdò su un altro piccolo pianeta dove stava un re, un re che diceva di comandare su tutto e su tutti, ma era tanto triste e solo;

sul secondo pianeta incontrò un vanitoso che cominciò a domandargli quanto per lui fosse bello quell’ uomo, ma il piccolo principe non capendo cosa se ne sarebbe fatto quell’ uomo delle sue lusinghe , se ne andò altrove;

nel terzo pianeta trovò un ubriaco a cui chiese cosa stesse facendo, e lui quindi rispose che stava bevendo alcolici per dimenticare la sua vergogna, così se ne andò via subito;

il quarto pianeta era abitato da un uomo d’ affari che contava le stelle per diventare ricco e comprare altre stelle;

sul quinto pianeta v’ era spazio solo per un lampione e l’ uomo che lo accendeva e lo spegneva ogni minuto; Sull’ ultimo pianeta visitato dal Piccolo Principe prima di arrivare sulla terra, trovò un geografo che aspettava gli avventurieri per disegnare sempre nuove carte geografiche.

Nei giorni seguenti il Piccolo Principe cominciò ad essere molto triste e un giorno…l’incontro con la volpe …

Dietro le storie di queste persone si nascondono i vizi e le virtù di ogni uomo e il passo successivo che si deve compiere per migliorarsi e stare in armonia con gli altri e con se stessi.

Quello che traspare dal libro “Il piccolo principe”, che ha segnato generazioni con il suo significato tangibile, è come gli uomini crescendo riescano a perdere il candore e il contatto con le cose importanti, non cogliendo più il senso di ciò che possiedono, che vivono e provano.

Tanti i tentivi di nettere in scena il libro ma quello di Mark Osborne è un grande sforzo di incredibile ardire poetico.

Nel film molte le libertà ma con l’obiettivo di “salvaguardare la storia originale, sia per quelli che l’avevano amato che per quelli che ancora non la conoscevano, costruendo intorno una storia più grande …”.

La storia più grande è quella di una bambina senza nome (se lui è The little Prince, lei è The little girl) nella difficile fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, sta per compiere nove anni e ha già pronto il suo regalo, un microscopio per migliorare in biologia come le annuncia la mamma settimane prima del compleanno. E’ questa mamma single ad aver pianificato tutta la sua esistenza: la sta preparando ad una vita di impegno e sacrificio per entrare nel mondo degli adulti.

L’incontro tra la ragazzina e l’aviatore, un ipotetico Saint-Exupery ormai invecchiato, ispirato allo scrittore che nella realtà è scomparso a 44 anni scompaginerà i suoi piani. E quell’aeroplanino fatto con un foglio strappato su cui è tratteggiata l’iconica immagine del Piccolo Principe, quella creata dallo stesso autore, e che dalla prima edizione del ’43 ha sempre accompagnato la pubblicazione del romanzo, permetterà alla piccola protagonista di partire per un viaggio straordinario.

Il Film , presentato a Cannes fuori concorso, arriverà in sala il prossimo Natale.

Cliccando sulla immagine dell'inizio è possibile aprire il trailer video

Di seguito una delle clip di un esperimento di Teatro-musica realizzato oltre 10 anni nel tentativo di mettere in scena il libro più bello e più letto dopo la Bibbia. www.chiesadicefalu.it

Des Hommes et des Dieux ,
premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria,è un film dove emerge la pluralità, non si fa leva su un unico credo. Lo spettatore viene portato dentro gli animi di chi vive la propria religiosità senza confini, accogliendo e amando il prossimo, senza differenze.

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Xavier Beauvois porta sul grande schermo la strage di sette monaci cistercensi di Thibirine sullo sfondo della guerra civile in Algeria nel 1996; ancora oggi non è stata fatta completa luce sulla vicenda: all’inizio l’eccidio fu rivendicato dalla Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha, il gruppo armato che mirava a rovesciare il governo, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino, nel quadro di una strategia della tensione o di un “errore”.
Di fronte allo scorrere delle immagini, e della vicenda, ragioniamo su cosa significa credere in un Dio, su cosa significa essere religiosi, su cosa vuol dire mettere la propria vita al servizio del prossimo, mossi da una vocazione; vocazione che sembra vacillare di fronte alle crudeltà della vita, ma che allo stesso tempo riporta sui giusti binari, spinge al pensiero; è solo dopo matura riflessione che si decide di continuare a camminare verso un’unica direzione. Si decide di andare avanti, di incontrare l’altro, l’apparentemente diverso, e di morire. Ci troviamo di fronte a una visione critica della spiritualità. Perché si tratta più di spiritualità che di Dio nel nel film di Beauvois; spiritualità che porta a fare delle scelte solo apparentemente incoscienti, spiritualità che porta ad essere pluralisti. Spiritualità che porta anche a morire, a morire per incontrare l’altro, in un paradosso etico. Immensamente morale. Ma qui si parla non di finta moralità, bensì di qualcosa di ben più elevato: si parla di connubio, di unione, di andare con l’altro, anche se diverso, uguale e fratello, anche nella morte, anche se ci porta al martirio. A morire è l’umanità, e allora la morte assume un carattere sacro. Torna l’ultima cena (la scena dei monaci riuniti attorno al tavolo con la colonna sonora della Morte del Cigno, tratta da Il lago dei Cigni di Cajkovskij, è davvero toccante) e tutto si fa unico: i monaci, il monastero, il villaggio, i soldati. Tutto si unisce, in un finale tragico quanto straordinario.
( di seguito il PPT con le foto originale dei martiri )
Nelle diapositive Sono stati associati, ai “sette dormienti di Efeso”, martiri cristiani murati in una grotta e che sarebbero risuscitati circa due secoli dopo. Quello che è interessante è che sono venerati sia dai cristiani che dai musulmani (ne parla il Corano).

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Il rosso e il Blu
Il tirante che trascina il film nella sua (solo apparente) esilità, è la volontà di incontrarsi che a volte salva gli esseri umani dall’apatia. In questa lotta per la sopravvivenza (mentale, ma non solo) a volte si è nobili, a volte patetici, a vote ridicoli. E il film, questi registri, li padroneggia tutti
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