Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. ( Pentecoste -Vangelo :Giov. 14,15+)
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Massimo Cacciari, Enzo Bianchi, a " Che tempo che fa" - Intervista " particolare" a Mons. Bettazzi sul concilio Vaticano II
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Hans Küng a " Che tempo che fa" YouTube YouTube

È online il nuovo sito della Diocesi di Cefalù a cura dell’ Ufficio di Comunicazioni Sociali. In attesa del nuovo dominio il sito è consultabile al seguente indirizzo: http://www.diocesidicefalu8.flazio.com/

Possiamo sognare un Concilio Vaticano III ?

Monsignor Luigi Bettazzi è tra le figure più significative del cattolicesimo italiano.

Vescovo emerito di Ivrea, ha partecipato al Concilio Vaticano II in quanto ausiliare del Cardinale Lercaro (uno dei quattro moderatori dell’assise conciliare).

Per diversi anni è stato Presidente di Pax Christi. Nel 1976 scrisse una lettera a Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, che fece molto discutere l’opinione pubblica italiana.

Non rinuncia al gusto della battuta, nè alle barzellette. «Una mattina», racconta, «il cardinale Ottaviani si svegliò tardi. Chiamò un taxi: “Portami in fretta al Concilio”. Salito in auto, si riaddormentò.Quando finalmente si destò scoprì con suo grande stupore di trovarsi in aperta campagna. “Ma dove mi porti?”. Il taxista: “Al Concilio di Trento. Dove se no?”».

E Mons. Bettazzi al Concilio c’era

YouTube«Sì, io c’ero. Tra gli italiani lo possiamo dire in cinque: i cardinali Fiorenzo Angelini e Giovanni Canestri, monsignor Felice Leonardo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti e monsignor Salvatore Nicolosi di Noto. Anzi, siamo rimasti in sei. Non va infatti dimenticato don Giovanni Franzoni, allora abate di San Paolo fuori le Mura».

«Entrai in Concilio durante la seconda sessione, nell’autunno 1963, una settimana dopo esser stato consacrato vescovo ausiliare del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna. Capii allora che cos’era l’universalità della Chiesa. Incontrai, infatti, confratelli nati e cresciuti in Africa, nell’America meridionale, in Asia. Con le loro storie, con le loro culture quei vescovi rendevano il Concilio antropologicamente “ecumenico”.

Mi colpì, poi, il dinamismo.

Emergevano idee, c’era dibattito, si maturava insieme, passo a passo. Papi compresi.

I documenti scritti dalle commissioni preparatorie, presiedute da cardinali di Curia, furono sostituiti da testi elaborati dalle nuove commissioni, in cui le Conferenze episcopali avevano nominato vescovi e teologi di loro fiducia».

«Compresi così l’intuizione di papa Giovanni che volle indire un Concilio non “dogmatico” (per definire, cioè, nuove verità di fede, scomunicando – anathema sit! –quanti non le avessero accolte), ma “pastorale”, nell’intento di presentare la verità di sempre in modo comprensibile e più facilmente accettabile».

Cos’è rimasto?

«La rivoluzione copernicana contenuta nella Gaudium et spes (non l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità) e quella della Lumen gentium (non i fedeli per la gerarchia, ma la gerarchia per i fedeli) stentano ad affermarsi.

 Mentre le altre due (il primato della parola di Dio, esplicitato nella Dei Verbum, e la riforma liturgica, che, grazie alla Sacrosanctum concilium, è più partecipata di un tempo sono sostanzialmente riuscite.

 Purtroppo le esagerazioni seguite al Sessantotto permisero a quelli che erano preoccupati dei cambiamenti di dire: “Vedete cos’è successocon il Concilio?”. C’era chi a Messa pretendeva di leggere Che Guevara al posto della Scrittura… Insieme all’acqua sporca, però, si è corso e si corre il rischio di buttare via anche il bambino».

Possiamo sognare un Concilio Vaticano III ?

Può sembrare strano che a una domanda del genere si risponda con esitazione. Eppure la fanno a me, che ho avuto la grande grazia di poter partecipare di persona al Concilio Vaticano II, dal secondo al quarto periodo, di averlo fatto come Vescovo Ausiliare del mio Arcivescovo, il Card. Giacomo Lercaro, allora divenuto uno dei quattro Moderatori chiamando a Roma don Giuseppe Dossetti, fra l’altro esperto – come il suo collaboratore, il prof. Giuseppe Alberigo – proprio dei Concili Ecumenici nella storia della Chiesa. A me, tanto entusiasta del Concilio da aver scritto su di esso – soprattutto sui Documenti fondamentali, le quattro Costituzioni – due opuscoli e di avere risposto su di esso a molte interviste, l’ultima delle quali, tradotta in un libro con il commento di un vaticanista della TV (A.M. Valli – L. Bettazzi “Difendere il Concilio” Ed S. Paolo), reca come commento al titolo una frase del giornalista: “Quando parla del Concilio, del suo Concilio, mons. Bettazzi è come un fiume in piena”. A me che nel libro in via di pubblicazione (“In dialogo con i lontani – Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico”, Ed Aliberti) tratto a lungo del Concilio documentando molte vicende della vita di quell’Assemblea, così come ha fatto Dom Helder Camara nel suo eccezionale Diario del Concilio (“Roma, due del mattino”, Ed S. Paolo), di cui sono stato invitato a scrivere la prefazione. E allora?

Sembra anche che le mie esitazioni contrastino con l’auspicio di un nuovo Concilio, fatto nientemeno che dal Card. Carlo M. Martini. Se non fosse che proprio il Card. Martini, nella sua acutezza e saggezza, in realtà non ebbe a chiedere un nuovo Concilio, bensì assemblee generali di tutto l’episcopato su punti particolari della dottrina teologica o della vita morale (es. i problemi della bioetica o della sessuologia, o la situazione e la pastorale dei divorziati) sui quali tutto l’episcopato venga coinvolto, con l’autorevolezza quindi di un Concilio Ecumenico, ma senza la prospettiva di allargare la visuale a tutte le problematiche ecclesiali (come fece appunto il Concilio Vaticano II), nel timore – certo ingiustificato, data l’azione dello Spirito Santo, sempre sorprendente – di un ritorno all’indietro del cammino fatto dal Vaticano II, per le spinte – innegabili – a ricuperi e ridimensionamenti. Il Concilio Vaticano I infatti fu gestito completamente dal gruppo che non voleva cambiamenti (pare che Pio IX l’avesse convocato anche per avere suggerimenti “se” e “come” rinunciare allo Stato della Chiesa) fino all’anticipazione della definizione sul primato e l’infallibilità del Papa (ed è la gestione centralizzata che continua negli attuali Sinodi episcopali e li rende meno “collegiali” e forse meno efficaci).

In realtà l’efficacia del Vaticano II è derivata dall’essere giunto all’improvviso, deciso da Papa Giovanni XXIII senza aver consultato i suoi collaboratori (Pio XII, che aveva proposto l’idea di un Concilio, ne venne dissuaso proprio dai suoi collaboratori!), convinto dell’importanza di un Concilio ma forse senza avere ben chiaro quali avrebbero dovuto essere i suoi risultati (pare che fosse già soddisfatto della settantina di Documenti che le Commissioni preparatorie avevano approntato). Il secondo motivo di positività fu che Papa Giovanni lo indisse non come un Concilio “dogmatico”, che cioè definisse alcune verità (i dogmi) comminando “anatemi” su quanti non li accettassero (cioè scomunicandoli), bensì come un Concilio “pastorale”, che parte cioè dalle persone e dai popoli del nostro tempo, dalle loro culture, dalle loro storie, dalle loro mentalità per condurli verso il regno di Dio, il mondo come Dio lo vuole (che dà “gloria a Dio e pace in terra”), di cui la Chiesa è “sacramento”, cioè segno sensibile e strumento efficace. Ma la ragione più forte della sua positività fu che papa Giovanni fece capire fin dall’inizio che il Concilio era nelle mani dei Vescovi, concedendo ai vescovi il tempo di modificare totalmente la composizione delle Commissioni di studio preparate dalla Segreteria – espressione delle strutture centrali – e rimandando d’autorità a rielaborare il Documento su “le fonti della Rivelazione”, che la maggioranza aveva respinto, ma senza giungere ai due terzi dei Padri conciliari, come il Regolamento esigeva per riscrivere un Documento. E Paolo VI che nel primo periodo, come Arcivescovo di Milano, s’era reso conto del pericolo che il Concilio venisse…addormentato da chi, appellandosi alla tradizione, temeva troppi cambiamenti, accolse la proposta che il Concilio fosse guidato da Vescovi membri dell’Assemblea, e nominò quattro Cardinali Moderatori che furono in grado di assecondare l’esigenza di rinnovamento che emergeva con forza dall’insieme dei Vescovi.

Chi incolpa il Concilio di aver creato le premesse per le crisi di religiosità di cui sembra soffrire la cristianità (mentre forse ha anticipato la diagnosi della crisi salvando la possibilità di affrontarla e di superarla), accusa di faziosità quanti esaltano le novità del Concilio, in particolare la cosiddetta “Officina bolognese”, cioè l’Istituto di Scienze religiose fondato a Bologna da don Dossetti, che sotto la direzione del prof. Alberigo ha pubblicato la monumentale Storia del Concilio Vaticano II (cinque volumi, tradotti nelle principali lingue del mondo), contestata dagli ambienti più tradizionalisti. (il Card. Ruini l’ha praticamente paragonata alla “Storia del Concilio di Trento” del Sarpi, indicata abitualmente come un esempio di faziosità), forse proprio perché documenta il faticoso cammino del Concilio, tra le aperture della maggioranza ed i freni della minoranza. L’appellarsi – come è stato fatto – all’attenzione di Paolo VI nei confronti delle richieste della minoranza non comporta che “il Concilio vada interpretato secondo la mente riduttiva della minoranza”, bensì che così come è stato stabilito con il contributo di tutti e confermato dal Papa, praticamente con l’unanimità dei vescovi, va accolto e vissuto come un dono dello Spirito Santo. E’ nei testi stessi lo “spirito del Concilio”, solo che li si voglia leggere e interpretare con animo aperto.

Limitandoci appunto alle quattro Costituzioni penso al grande respiro aperto alla fede dall’aver richiamato l’importanza della Bibbia come tramite della Parola di Dio rivolta proprio oggi a tutta la Chiesa e ad ogni cristiano; penso ad una liturgia viva in cui ogni cristiano si unisca a Cristo, presente nella sua preghiera eterna; penso ad una Chiesa che si apra all’umanità già riscattata dalla Pasqua di Cristo, “primogenito di ogni creatura” (Col 1, 15), riconoscendovi tutti i “germi del Verbo” (come dice la “Gaudium et spes”), da alimentare e sviluppare innanzitutto con la propria testimonianza; e penso ad una Chiesa sempre meno arroccata passivamente intorno alla gerarchia, bensì “popolo di Dio”, con la responsabilità dei fedeli di far lievitare nel mondo il “regno di Dio”, regno di coscienza e di pace, con una gerarchia che si impegni sempre più ad essere “ministero”, cioè servizio.

Quando parlo di “arroccare”, alludo alla tendenza a chiuderci in difesa, finendo forse così coll’aggravare il clima di crisi provocato da una società sempre più superficiale e consumistica. Il fatto che ad oltre quarant’anni dal Concilio il Papa abbia sentito la necessità di convocare un Sinodo episcopale sulla Parola di Dio, oggetto della Costituzione del Concilio che più di tutte le altre sottolinea la vocazione della Chiesa a sentirsi aperta a Dio e quindi aperta all’umanità, può diventare anche il riconoscimento che forse ci andavamo nuovamente rinchiudendo nelle fortezze dei nostri dogmatismi, nella sicurezza dei nostri progetti culturali, timorosi forse che il dominio della Parola di Dio ed una liturgia troppo partecipata potessero sollecitare troppe speranze e troppi rinnovamenti.

Quando parlo del Concilio Vaticano II lo commento sempre con un “già e non ancora”: ha già dato molto, ma ha ancora molto da dare. Ed è per questo che anziché sognare un Concilio Vaticano III, io sto sognando che si attui pienamente il Concilio Vaticano II!

+ Luigi Bettazzi
Vescovo emerito di Ivrea
Padre conciliare del Concilio Vaticano II

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Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

( Cliccando sulla locandina in scorrimento è possibile aprire o scaricare il file in formato PDF)



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I giovani sono un pezzo di chiesa che manca

Era l'8 dicembre 1965, giorno di chiusura del concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri conciliari all'umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo ventidue anni e vivevo quei giorni con speranza ed entusiasmo per il futuro della Chiesa. Quel messaggio pieno di fiducia metteva in risalto come la giovinezza abbia «la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». Non solo erano riconosciute la forza e la bellezza dei giovani, ma la stessa Chiesa assumeva un nuovo atteggiamento nel suo stare nella storia e tra gli uomini e le donne del nostro tempo.
Quel messaggio ha conosciuto ricezione? Credo sia necessario distinguere due tempi successivi di ricezione e due categorie di destinatari. A cominciare da coloro che erano giovani nella stagione del Concilio. Mi pare che gran parte dei cattolici di quella generazione abbiano effettivamente recepito il mandato affidato loro dai padri conciliari e si siano sentiti investiti di una responsabilità. E abbiano anche colto le proprie potenzialità di giovani per mutare rotta, operare un "aggiornamento" e una conversione. E riformare la propria struttura di discepoli del Signore.
Ma poi c'è la ricezione del messaggio conciliare nello scorrere degli anni e nel mutare delle stagioni. E lì noi giovani di allora, forse, portiamo la responsabilità principale sulla qualità e l'efficacia della trasmissione di quel messaggio di speranza. Dobbiamo ammettere che, a oltre cinquant'anni di distanza, la vita della Chiesa registra un certo fallimento al riguardo. Nei decenni passati c'è stata un'attenzione alla cosiddetta "pastorale giovanile" mai così accentuata nella storia. Purtroppo, questa fatica non è stata sufficiente, anche perché si è continuato a pensare a un rapporto esteriore tra la Chiesa da un lato e i giovani dall'altro. Non basta ascoltare i giovani e definirli il "futuro della Chiesa" o le "sentinelle dell'avvenire". Occorre considerarli e sentirli non come una categoria teologica o come un'entità esterna, bensì come una componente della Chiesa di oggi, attori e protagonisti già ora. Occorre pensarli nel "noi" della Chiesa. E stare anche attenti quando, nel linguaggio comune, si usano locuzioni come "la Chiesa e i giovani", "la Chiesa parla ai giovani". Semmai, «i giovani sono un pezzo di Chiesa che manca», come dice don Armando Matteo.
Il documento preparatorio al Sinodo su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale chiama i giovani a «essere protagonisti» e «capaci di creare nuove opportunità», indicando così a tutta la Chiesa vie di evangelizzazione e stili di vita nuovi. Solo un ascolto reciproco, un confronto, un dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio possono innescare un processo di "inclusività" delle nuove generazioni nella Chiesa. Questa la sfida del prossimo Sinodo, non a caso preparato, per volontà di Francesco, da incontri di giovani messi in condizione di prendere la parola e di sentirsi partecipi di quella "conversione" che il Papa chiede a tutta la Chiesa. Questo ascoltarli oggi, nel loro presente, è la condizione indispensabile per passare da una pastorale "per i giovani" a una pastorale "con i giovani".
Come ama ripetere Francesco, si tratta di «iniziare dei processi», non di fare conquiste, né di «far ritornare» i giovani alla Chiesa. O di misurare la riuscita sul numero delle risposte ottenute. È tramontato il tempo di chiamare a raduno i giovani e aspettare che siano loro a venire: occorre uscire, andare dove loro sono, dove abitano, combattendo ogni tentazione di avvicinamento unilaterale e massificato. I giovani hanno sete di incontri personali, di dialoghi faccia a faccia, soprattutto in un contesto sociale dominato dal virtuale. Essi domandano di essere "riconosciuti", ciascuno nella propria individualità, ciascuno lungo il proprio cammino di ricerca di senso e di pienezza di vita. L'incontro personale è oggi decisivo per l'avventura dei giovani, i quali sentono lontani genitori, insegnanti, educatori.
Tutti constatiamo una difficoltà nell'incontro umano con l'altro, ma i giovani ne sentono urgentemente il bisogno, anche per non essere tentati dalla fuga da sé stessi. Il "complesso di Telemaco", individuato da Massimo Recalcati come chiave di interpretazione della condizione giovanile, dovrebbe essere un monito sulla necessità di accompagnare i giovani non in modo paternalistico ma camminando con loro, con la sapienza della vita già vissuta, senza imporre, ma semplicemente proponendo, grazie al discernimento che nasce dall'ascolto nei loro confronti. Ecco perché in questa forma di pastorale, oltre alla cultura dell'incontro deve emergere anche quella della gratuità. Ricordando che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (EG 14), occorre vivere ogni atteggiamento di evangelizzazione sotto il segno della gratuità, senza l'ansia di risultati misurabili in termini di aumento del numero dei giovani coinvolti, delle vocazioni suscitate o dei servizi assunti.
L'incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza dell'evangelizzatore. Non dunque l'incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, che sia portatrice di senso e promessa di vita piena. La gratuità è uno dei valori più sentiti e vissuti dai giovani: se questa non appare, i giovani diffidano. Incontro, gratuità, camminare insieme restano urgenze assolute in un nuovo paradigma di evangelizzazione nella società odierna. Ma cosa cercano i giovani? Pur in una situazione di incertezza, a livello economico, sociale, culturale familiare, i giovani cercano una vita sensata, che io amo definire una vita buona, bella e beata. Questa ricerca, sovente confusa, a volte appare paralizzata da paure e inibizioni, ma è presente nel loro cuore. È vero che la maggior parte dei giovani non vive il bisogno di Dio, ma nel loro perseguire una vita sensata, un'esistenza degna e compiuta, sono insite molte possibilità di scoprire come la fede cristiana, la persona di Gesù e il suo Vangelo siano non in contraddizione con tale desiderio, bensì un aiuto e una promessa di pienezza.
La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli "ha fatto il bene", cioè ha scelto l'amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell'altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una "bontà" che si vorrebbe ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un'attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù: il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l'amicizia, il suo rapporto con la natura... restano molto eloquenti. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine.

(Enzo Bianchi - Vita Pastorale - Aprile 2018)

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